Se anche Galli della Loggia scivola

Per ricollegarci al titolo, il terreno su cui ci porta la lettera/editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 5 giugno u.s. è molto scivoloso. Perché questi ormai famosi 10 punti posti dall’editorialista all’attenzione del neoministro dell’Istruzione si prestano a molteplici – e persino contraddittorie – letture.
Diciamo subito che la nostra stima per Ernesto Galli della Loggia è profonda e schietta. E sentiamo i nostri limiti rispetto alla sua cultura e competenza di accademico, di storico, di lettore della società. Ma proprio per questo diamo tanto peso ed esprimiamo tanto sconcerto rispetto a quanto scritto nell’editoriale citato. Sconcerto, e preoccupazione; e difficoltà di commento. Per tutti: per chi ha condiviso il suo articolo e per chi lo ha respinto. In ambedue i casi con troppa frettolosità e con focosità tipica quando il tema è la scuola. 

Infatti di per sé i punti e gli aspetti del vissuto scolastico che Galli della Loggia tocca nella sua elencazione rappresentano comunque un qualcosa con cui la realtà fa i conti. Esistono. 
Ci spieghiamo. Che esista oggi un problema di autorevolezza della istituzione scolastica e di chi ci lavora, è indubitabile. Che segnatamente esista un problema di basso riconoscimento sociale e morale dei docenti è indubitabile. Che nel governo del sistema scuola (nel suo insieme e nelle singole unità scolastiche) esistano approssimazione e stanchezza, siamo d’accordo. Che la crisi dei giovani, e segnatamente degli adolescenti, si esprima in una diffusa mancanza di rispetto per l’adulto in genere e per i ruoli educativi in particolare (genitore e docente) è questione all’o.d.g.. Che nella scuola il ruolo dei genitori abbia da anni deviato da quello costruttivo e democratico della partecipazione a quello improprio della controparte parasindacale o paravvocatizia, lo si sta discutendo in tutte le sedi scolastiche, culturali e mediatiche. E potremmo continuare su tutti i 10 punti di Galli della Loggia. Ma il punto più importante è che la rilevanza di questi temi e di queste criticità è tale da non consentire a nessuno, sia pure esso un intellettuale di assoluto livello, di banalizzarle con una operazione – mi perdoni Professore – che ha un po’ il sapore tipico della demagogia politica e comunicativa, a caccia di un facile consenso istintivo. Schematismo, generalizzazioni fuorvianti, risposte semplicistiche a problemi complessi, attenzione al particolare marginale elevandolo al rango di metafora di tutto un problema, e rinvio e collocazione delle criticità di fondo in una dimensione da discussione astratta, da macrosistema, tipica di chi per affrontare il  macro trascura colpevolmente il micro, magari per opportunismo: a questo ci riferiamo. Appunto il buon senso popolare contro l’analisi intellettuale elitaria. 

Ed in tal senso l’editoriale in questione ha scatenato i peggiori istinti di ambedue gli schieramenti. I critici verso l’articolo hanno detto in primis che i problemi son ben altri: e non c’è nulla di più insopportabile del benaltrismo, né di più funzionale a favorire chi invece gioca la partita sul terreno di un presunto pragmatismo e di un buon senso da padre di famiglia. I favorevoli all’articolo hanno invece sfruttato l’opportunità per esaltare le magnifiche sorti e progressive proprie dell’affrontare le questioni da praticoni, senza complicare ciò che complesso non è. Vuoi educare i figli: due schiaffoni e li educhi. Vuoi ridare autorevolezza al docente? Che intanto gli alunni si alzino in piedi quando entra in classe. Vuoi rispettare i ruoli nelle dinamiche fra componenti scolastiche? Che intanto i genitori si tolgano dai piedi. Vuoi evitare le occupazioni delle scuole? Vietale con una legge. Vuoi portare le classi fuori dal perimetro scolastico, se proprio la lezione d’aula non ti basta? Che almeno ci si limiti al territorio italiano. E via discorrendo. E con un sottinteso non detto, ma evidente: per ottenere tutto questo, non serve inventare nulla, basta recuperare il bel tempo che fu. Come se la storia non andasse avanti. Come se la storia non esistesse, con le sue conquiste sofferte, i suoi prezzi pagati, e la sua potenzialità di costruire un futuro migliore sia su pregi e conquiste del passato sia su bisogni e realtà nuove del presente. Lo diciamo francamente: respingiamo tutti e due quei modi di ragionare. E averli stuzzicati con quell’articolo è stato un errore, certamente al di là delle intenzioni dell’autore stesso.

L’autorevolezza dei docenti è un valore educativo che non si impone con una legge o con un regolamento di istituto. Nasce da un sistema di valori etico/civili e sociali condivisi, dentro, ma ancor prima, fuori dalla scuola. C’è un problema di rispetto delle istituzioni, di rispetto dei ruoli, delle funzioni e delle competenze, di convinzione che nelle dinamiche sociali esistono tanto i rapporti orizzontali quanto quelli verticali. C’è un problema di concezione della educazione e della formazione, che oggi, nella società della rete e delle ipertecnologie, deve fare i conti con la realtà, trovando i giusti punti di equilibrio. Guardare al passato, ad un contesto totalmente diverso recuperandolo come panacea di tutti i mali, oltre che illusorio, è pericoloso, perché non regge e genera repulsione per il valore stesso della educazione, della formazione e della cultura: e di chi in questo settore opera. Dare autorevolezza al docente facendo alzare in piedi gli alunni al suo ingresso in aula e poi svilire quotidianamente la funzione docente nelle scelte politiche ed economiche di un paese è autentica ipocrisia. Continuare a pagare i docenti come fossero precettori, socialmente subalterni agli altri cittadini e alle famiglie, non sarà bilanciato da un atto di ossequio formale da parte di alunni, che continuerebbero a pensare di essere umanamente e socialmente superiori a quegli sfigati dei loro docenti (o quanto meno analogamente sfigati); né tanto meno mettendo la cattedra del docente su una predella.

E questo, ritenuto carico di un valore simbolico, non servirà neppure ad approfondire e far progredire le scelte in termini di metodologia didattica, che oggi vedono impegnati ricercatori, esperti, donne e uomini di scuola sui temi strategici delle modalità del far lezione per arrivare agli intelletti ed alla personalità dei giovani: lezione frontale, laboratoriale, flipped class, peer to peer, studio di gruppo ecc. ecc... In alcuni casi proposte pedagogiche e metodologico/didattiche che hanno il sapore della fuga in avanti e del nuovismo snob; in altri casi che affrontano realtà autentiche dei processi di insegnamento/apprendimento per i giovani. Giovani del 2018, non del 1930, migliori o peggiori che siano, comunque diversi. Come lo siamo tutti, diversi: dai nostri genitori e dai nostri nonni. Né migliori né peggiori; né più felici né più infelici: diversi.
E poi la battaglia pedagogica, politica e professionale fra conoscenze e competenze. La scuola statunitense ha vissuto la grande riforma dei primi anni Duemila in nome delle competenze, trasversali, rispetto alle conoscenze. In questi ultimi tempi studiosi ed esperti – e politici – stanno valutando se questa strada intrapresa sotto l’amministrazione Bush junior, non vada rivisitata, resettata, o ribaltata: comunque la stanno ridiscutendo. E l’Italia si sta da qualche anno gettando lancia in resta sulla strada delle competenze trasversali: tutte competenze e guai a parlare di conoscenze. Discutiamone: e scegliamo - presto, e consapevolmente - una via formativa. E come sempre forse si troverà che il punto di equilibrio dà senso ed efficacia maggiore alle cose. E discutiamo e scegliamo - presto - su come integrare formazione tecnica, formazione scientifica e formazione umanistica (e se abbia senso distinguerle). E discutiamo e scegliamo - presto - se la scuola debba avere la finalità di formare il cittadino o di formare il lavoratore. O se possibile, come mediare fra le due esigenze. E quindi affrontiamo e scegliamo - presto - riguardo ai problemi del riordino dei curricula e dei cicli (è vero o no che la criticità drammatica sta nel segmento delle medie, cioè la fascia dell’adolescenza?). E i percorsi formativi del personale? Problema tanto discusso quanto irrisolto, fino a questi giorni con lo scontro sulle maestre diplomate da immettere in ruolo ope legis o con corsie preferenziali (primo provvedimento del governo del cambiamento???) oppure togliere dalla cattedra (sentenza del tribunale) in quanto il docente, di qualunque ordine e grado, deve essere laureato e con i necessari titoli professionali. Ancora una battaglia emergenziale e puramente difensiva, in cui palesemente un po’ tutti hanno delle ragioni, eccetto lo Stato che ha continuato a produrre precariato nel mentre tardava a definire norme chiare, nette e da rispettare. 
E se poi vogliamo attestarci su problemi di organizzazione/gestione scolastica, che possono sembrare particolarmente concreti, ma con forti implicazioni socio-culturali: come formare le classi all’inizio di un anno scolastico?  Una tendenza crescente (si vedano indagini statistico/sociologiche in merito), soprattutto nella scuola elementare e media, sembra essere quella della omogeneità sociale, con conseguenze di separatezza, nello stesso istituto, fra bambini e adolescenti di differenti estrazioni ambientali. Anche in tal caso siamo di fronte a paure e richiesta di protezione? Se sì, è questione da affrontare urgentemente. Da non demonizzare né da rimuovere: da affrontare. Vogliamo domandarci, scandagliare il problema e scegliere – presto – se la scuola debba farsi carico di un progetto inclusivo e di apertura oppure di un progetto che coltivi e protegga le appartenenze? È questione di visione: decisiva.

Prof. Galli della Loggia, discutiamo di queste cose; ci dia il suo parere, contributo e giudizio su queste cose. Ed all’interno di questa piattaforma di discussione e di scelte professionali, sociali e culturali troverà il mondo della scuola prontissimo ad affrontare anche il tema predella e il tema codici di comportamento scolastici (da regolamenti più che da leggi); oppure il tema civile della intitolazione delle scuole. Mondo della scuola che comunque sarebbe sempre bene conoscere un po’ meglio, soprattutto prima di parlarne in dettaglio. Lei ha giustamente risposto a chi la invitava a non occuparsi di una cosa che non conosce, che sul tema scuola ognuno ha il diritto di parlare e che lei comunque parla di quello che vuole. E noi siamo totalmente d’accordo con Lei: senza se e senza ma. Non solo, ci teniamo che della scuola tutti parlino, ed a maggior ragione un intellettuale del suo carisma e della sua esperienza. E quindi la preghiamo di occuparsi ancora e quanto vuole di scuola. Ma è proprio per questo che ci ha preoccupato questo suo ultimo articolo, perché semplificatorio e banalizzante di una questione complessa. Anzi della questione più strategica che esista in una società civile. Idea che esprimono tutti, quando devono chiedere consensi e voti, salvo poi relegarla in posizione di rincalzo, o addirittura ignorarla, persino nei discorsi di insediamento di un nuovo governo che chiede la fiducia parlamentare.

Ma conoscere un pochino meglio la realtà delle unità scolastiche non fa mai male, soprattutto quando se ne vuol parlare fin nei dettagli. Conoscere e riconoscere le difficoltà in cui si dibattono le scuole dal punto di vista delle risorse in generale (personale, fondi, edilizia ecc.) e dal punto di vista di vincoli e lacci, a volte normativi, molto più spesso di mentalità. E riconoscerne comunque gli sforzi enormi che già fanno nella direzione da Lei auspicata, in termini di apertura pomeridiana e di attività culturali. Insomma la scuola ha bisogno del contributo di idee e di proposte di tutti e soprattutto della intellettualità del nostro paese, considerato l’uso purtroppo strumentale che spesso ne fa la politica. E considerata la deriva, a volte amministrativista, a volte nuovista, che fanno prendere alla scuola gli apparati burocratici dell’istruzione. Insomma, Prof. della Loggia, voliamo alto: quale idea di scuola, quale idea di docente, quale idea di studente? Su questo Le chiediamo di aiutare il sistema scolastico italiano in un momento di passaggio epocale, per il suo ruolo sociale se non addirittura per processi pericolosi di descolarizzazione complessiva (quanto sta prendendo piede la visione devastante della scuola come servizio di cura, anziché istituzione formativa?). E vedrà che in uno scenario di riflessione e di ambizione alta, e di battaglia strategica, troveranno adeguata collocazione anche tutti, tutti i punti da lei sollecitati.


Di Carlo Mari

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