Dove va la scuola?

Abbiamo rivolto alcune domande ad Angela Nava Mambretti, Presidente Nazionale del Coordinamento Genitori Democratici, che ringraziamo.

La riforma della “buonascuola” è del 2015; siamo oltre la metà dell’a.s. 2017/2018. Vogliamo provare a segnalare un elemento convincente nella applicazione di questa riforma e un elemento particolarmente negativo?

La riforma, proprio perché presentata come tale e cioè come cambiamento “strutturale” dell’organizzazione scolastica non ha suscitato, sin dai suoi esordi e cioè dalla maxi consultazione on-line del Paese grandi passioni. Ha invece solleticato e fatto riemergere l’antica diffidenza del mondo della scuola rispetto ai cambiamenti in genere. È una diffidenza che, tuttavia, ha una sua qualche ragion d’essere dato che da più di un decennio la scuola è oggetto di annunciate e messianiche riforme solo enunciate o applicate dai decisori politici del momento. Nella “buona scuola” apparivano degli elementi di novità. A mio parere era importante elemento di novità positiva il ragionare ed investire sul segmento 0/6 portandolo tutto sotto l’egida dell’istruzione e sottraendolo così al welfare come domanda a servizio individuale e l’aver tentato di affrontare lo spinoso tema del merito nelle sue declinazioni.
Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: per lo 0/6 la scarsità delle risorse e tutta la legislazione concorrente lo rende poco più di una petizione di principio; il merito affidato a commissioni di valutazione in cui compaiono anche degli sventurati genitori che dovrebbero esprimersi non sulla valutazione migliorativa della singola istituzione scolastica, ma sulla premialità dei docenti, ne ha neutralizzato le buone intenzioni. Anche la valutazione (degli apprendimenti) se richiama la valutazione formativa, lascia però in piedi la valutazione numerica nella primaria, contraddicendo i suoi stessi presupposti e viene interpretata dai più come un invito ad un buonismo lassista produttore di masse di future generazioni ignoranti.
 

Il recente contratto Scuola è stato visto sia dagli oppositori della “buonascuola” che dai suoi sostenitori come una sconfessione della riforma stessa su punti importanti quali valutazione e premialità dei docenti, ruolo dei Dirigenti, potenzialità della contrattazione decentrata. Ma anche se si guarda ad altri aspetti della riforma (alternanza scuola/lavoro; chiamata diretta dei docenti; triennalità progettuale delle scuole) comincia a sorgere un dubbio: la riforma sta creando criticità forti perché applicata oppure perché non applicata, o meglio rimasta su molti punti in mezzo al guado?

In realtà la capacità di metabolizzare i paventati cambiamenti e l’attitudine tutta gattopardesca del nostro Paese di neutralizzare e di addomesticare le “novità” mi porterebbe a dire che della riforma (ma è poi corretto definirla tale? io credo che l’unica vera riforma sia stata in Italia la creazione della scuola media unica ed i relativi programmi della secondaria di primo grado del ’79; dopo ci siamo aggirati sempre in un clima di sperimentazione che ha trasformato la Riforma nell’utopia della Riforma) si è applicato ben poco e quel poco si è trasformato, in ulteriori adempimenti burocratici.
L’essere rimasti in mezzo al guado ha consentito di misurare tutte le criticità paventate dai detrattori della buonascuola. Penso ad esempio all’alternanza, spesso vissuta come adempimento oneroso e veloce delle 200/400 ore, senza alcun ripensamento didattico profondo produttore di tutte le “cattive pratiche” scaturite; penso alla formazione docenti (diritto/dovere?).
Il contratto ferma in qualche modo le macchine. Se la pausa consentisse una riflessione vera…
 

Comunque la si pensi, il sistema scuola sta vivendo un periodo tutt’altro che felice. Uno dei tanti nodi forti è la difficilissima triangolazione educativo-formativa docenti/studenti/genitori. Episodi come quello della docente in cattedra accerchiata e derisa dai suoi alunni di prima superiore o come quello del docente insultato da un alunno in aula (“mi metta sei e si inginocchi”), tutti ripresi in video e postati sui social, possono essere citati come emblematici di questo sfaldamento relazionale. A questo punto il nodo è politico, sociale e professionale oppure è diventato antropologico/culturale?

Dal momento in cui è stata formulata la domanda alla mia risposta odierna sono accadute altre aggressioni contro i docenti; ulteriori episodi replicati in modo ossessivo da tutti i media nazionali e dai social, dando vita ad un dibattito nazionale dai contenuti spesso approssimativi e superficiali.
Ad una tale diffusione nazionale andava comunque data una risposta altrettanto visibile e forte. Le sanzioni verso gli studenti responsabili ne sono la logica conseguenza.
Tutto ciò, sia pur necessario, non risolve e non ci fa fare un passo avanti nell’analisi del problema.
Il dato che emerge ed è sotto gli occhi di tutti è che viene a calare il valore e persino la percezione sociale del valore dell’esperienza scolastica e questo, in assoluto, è il dato più inquietante. L’istruzione e la formazione non sono né percepiti né presentati come valori fondativi della cittadinanza. Ma con meno scuola e formazione non solo saremo più ignoranti, meno “competitivi”, come vogliono i tifosi del liberismo: saremo anche più fragili, più poveri, socialmente più divisi, ricacciati in un individualismo egoistico e rissoso.
Sentiamo che è urgente riprendere la parola, il che vuol dire anche difendere la pratica della democrazia nella scuola; se crediamo che la scuola pubblica non sia appendice delle famiglie, ma spazio pubblico oggettivamente inclusivo in cui si incontrano alla pari ragazzi di diverse condizioni sociali e culturali, sani e disabili, italiani e stranieri, cattolici e musulmani, capaci e meno capaci.

Assai diffusa è, inoltre, la percezione che la scuola non costituisca più lo strumento decisivo di crescita e di promozione personale e sociale; che il sapere «razionale», «scientifico», «sistematico», «riflessivo» tradizionalmente impartito nella scuola sia poco rilevante o, addirittura, irrilevante; che i saperi che valgono nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana, anche quando sono impartiti a scuola, vengono ormai autonomamente e prevalentemente prodotti in mondi esterni ed estranei all'istruzione pubblica.

Il declino motivazionale nei confronti della scuola affonda le radici anche in questo diffuso immaginario, in questa ‘morbosa’ pretesa di semplificazione dei processi cognitivi.
Un declino motivazionale che investe, in primo luogo, le nuove generazioni, ma che non risparmia gli insegnanti e le famiglie. I primi socialmente delegittimati, in quanto il loro originario patrimonio di conoscenze “razionali” “scientifiche”, “sistematiche” è rappresentato come vecchio, noioso e, soprattutto, separato e non funzionale. 
Le seconde sempre più smarrite e sempre più caricate della responsabilità che i propri figli acquisiscano gli unici saperi considerati necessari: quelli esterni ed estranei alla scuola, quelli che il senso comune dominante prescrive come gli unici veramente utili a districarsi nella vita quotidiana e nella vita lavorativa. Il declino qualitativo e il declino motivazionale rinviano anche ad una più generale crisi della funzione educativa e formativa dell'istruzione pubblica. Per tutta l'epoca moderna e sino alla metà degli anni settanta dello scorso secolo le cose erano andate ben diversamente.
 

Di recente il Ministro Fedeli ha attivato una commissione ministeriale intercomponenti che ha lavorato ad una revisione del “Patto educativo di corresponsabilità”, da sottoscrivere all’inizio dell’anno scolastico. Alla luce della conflittualità crescente, dobbiamo concludere che si tratti solo di parole e buone intenzioni del tutto contraddette dalla realtà?

Il patto di corresponsabilità nasceva nel 2007 col ministro Fioroni con l’intento di stemperare alcune “strette sanzionatorie” verso gli studenti introdotte dallo stesso Ministro con la revisione dello Statuto delle studentesse e degli studenti.
Corrispondeva sommariamente a questi principi:

  • i genitori e la scuola hanno in comune i ragazzi e le ragazze che frequentano e quindi l'esigenza ed il compito di educarli per favorire da parte loro l'acquisizione di comportamenti responsabili
  • i genitori e la scuola devono garantire coerenza e continuità educativa
  • i genitori e la scuola hanno in comune il desiderio ed il dovere di trasmettere ai ragazzi sicurezza, fiducia, serenità

La storia è nota. Il patto è divenuto un adempimento burocratico la cui sottoscrizione è affidata alle segreterie nella routine amministrativa del perfezionamento dell’iscrizione.
La Ministra Fedeli ha pensato di rispolverarlo come possibile risposta civile ad un rapporto sempre più deteriorato dell’istituzione scuola con le famiglie.
Nulla da eccepire nei principi, ma: se il patto non è inteso come processo che coinvolge nella sua stesura e condivisione/sottoscrizione gli attori tutti, lascerà il tempo che trova.
Con altri rischi. Oggi si diffonde sempre più tra i genitori la convinzione che la scuola debba essere in continuità con la famiglia. Che debba piegarsi e conformarsi a quel clima di morbide protezioni, indulgenze, complicità, assenza di regole e timore di farle rispettare che caratterizza in molte famiglie della classe media il rapporto tra genitori e figli. Mai come oggi ci sono state tante denunce a dirigenti scolastici e insegnanti per una bocciatura o per una sanzione. Nel familismo dilagante dei nostri tempi, si sta facendo sempre più debole l’idea che la scuola per sua natura e ruolo sia e debba essere un luogo educativo diverso da quello della famiglia. Non divergente o contrastante, ma diverso perché più aperto, più ricco, più plurale di quanto possa mai esserlo qualsiasi contesto familiare. Spazio plurale in cui si manifestano senza la pretesa di prevalere diverse opinioni, punti di vista, sensibilità culturali, scelte religiose. Spazio di relazioni tra adulti e giovani, e di giovani tra loro, in cui far maturare consapevolezza civica, intelligenza e rispetto delle istituzioni, condivisione dei principi e delle regole della convivenza democratica, motivazioni alla partecipazione attiva alla vita della comunità, esperienze di solidarietà.
Il patto rischia perciò, con un eccesso di cautele causidiche sulle informazioni da dare alle famiglie, di trasformare il legittimo diritto delle famiglie all’informazione in un diritto di ingerenza sulle pratiche didattiche adottate dalla scuola. Risposta che rischia di essere debole perché non contrasta i fenomeni di privatizzazione familistica che interessano anche la scuola pubblica. La ricerca di tante famiglie di scuole senza stranieri, di aule senza disabili, di sezioni omogenee dal punto di vista sociale; e anche di tanti insegnanti che lasciano correre, che non vogliono vedere quello che non va, che per insipienza o indifferenza abdicano al loro ruolo e alle loro prerogative. Sono processi che vengono da lontano, ma da non sottovalutare perché ne vengono indeboliti il ruolo della scuola pubblica, la sua credibilità sociale, la sua autorevolezza.
 

Sembra diventato approccio ricorrente dei genitori alle dinamiche educative fra docenti e studenti quello da avvocati difensori dei figli.  Se questo corrisponde alla realtà, possiamo anche leggervi un segno di grande fragilità, insicurezza e sbandamento degli adulti di fronte alla fatica dell’essere genitori?

Per rispondere credo sia necessario riflettere sui cambiamenti intercorsi nelle famiglie. I nuclei famigliari tradizionali rappresentano oggi solo il 32,8% della popolazione: 8 milioni su 25, quasi 1 su 3 e nell’ultimo decennio sono ulteriormente calate le coppie con figli, mentre sono aumentate quelle monogenitoriali. I bambini vivono in arcipelaghi di nuove convivenze: ci sono case con genitori e figli, ma anche coabitazioni con un solo genitore o insieme a nonni e zii. E vi sono legami con genitori in assenza di convivenza. Una parte larga dei quotidiani legami di bambini e ragazzi si svolge anche in più abitazioni (quelle dei genitori separati o quelle dei nonni se si è tornati, come spesso la crisi ha richiesto, in quella delle famiglie d’origine). Ci sono poi le case delle nuove convivenze, con il nuovo compagno che propone nuovi legami insieme ad altri bambini che non sono i fratelli.

Insomma ci può essere una moltitudine assai differenziata di co-abitazioni momentanee, parziali, riprese, interrotte; legami con adulti e altri bambini o ragazzi, di durata e intensità molto variabili. Né possiamo ignorare anche la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio. I ragazzi sono il centro dell’attenzione concentrica di molti adulti, di tante attese e anche di un eccesso di protezioni. I ragazzini arrivano a scuola e sono i re e le regine che, per la prima volta, fanno l’esperienza meravigliosa dell'essere ogni giorno "insieme a pari" ma, al contempo, di dovere dividere cura, attenzione, etc. dopo avere vissuto relazioni povere di regole, spesso dentro "famiglie adolescenti" (non per età ma per mancata "tenuta adulta" dei genitori, come spiega bene Massimo Ammanniti).

E queste famiglie collusive cercano, spesso in modo scomposto, le regole dalla scuola per i propri figli ma, al contempo, li difendono dalle regole della scuola stessa, assumendo la loro parte emotiva che vuole risposte a bisogni immediati. La scuola, a sua volta, dà per scontato che le regole si sono stabilite a monte di sé, come era al tempo nel quale la maggioranza dei prof. andava a scuola (la media di età dei docenti italiani è tra le più alte del mondo). Ma non è più così. Perché i nostri padri e madri erano d'accordo con i prof, "a prescindere" come diceva Totò. Ora non più. E allora bisogna dedicare tempo a un nuovo patto tra adulti.
 

È corretto e realistico dire che fra i giovani quelli più a rischio, più problematici, più preoccupanti sono gli adolescenti? E se così dovesse essere, cosa dobbiamo aspettarci da coloro che entreranno nell’adolescenza fra qualche anno?

Lo sono sempre stati. 
Siamo noi adulti, noi educatori ad aver smarrito il ricordo della fatica del crescere, del conquistare autonomia anche attraverso il confronto duro serrato con l’altro, per conoscersi e delimitarsi.
Mi è estranea l’idea di una linea retta, in progresso lineare che proietti l’idea di un crescente peggioramento delle giovani generazioni. Non mi nego il generale imbarbarimento delle relazioni e dei linguaggi; so però che non sono prerogativa unica dei nostri adolescenti.
Mi colpiva nel video tristemente famoso dell’adolescente che minaccia il docente fino a chiedergli di inginocchiarsi, il crescendo del tono e dell’aggressività.
Non so quanto fosse a solo beneficio della videocamera e del potenziale pubblico.
Mi è sembrato di leggere in quel climax la richiesta di un limite; che qualcuno si assumesse la responsabilità di affermare l’esistenza di un limite.
Educare è entrare in una relazione necessariamente asimmetrica.
Mentre nella scuola e nelle famiglie assistiamo ad una latitanza educativa generalizzata.
La relazione educativa è fisiologicamente aperta al conflitto che va accolto e gestito da chi ha ruoli educativi.
 

Quella dei giovani oggi, a suo avviso, possiamo considerarla una generazione “felice” o siamo di fronte ad una generazione spersonalizzata e sofferente? Ed è letteratura, poesia, intellettualismo, oppure “ci sta” se diciamo che uno dei compiti formativi della scuola del futuro potrebbe essere quello di aiutare i giovani a conquistare un proprio respiro personale, un proprio spazio autonomo di felicità?

Sicuramente è una generazione che vive tempi difficili, quelli delle “passioni tristi” (espressione coniata da Schmidt e Benasayag ben più di 10 anni fa ed ancora valida), quelli della mancanza di speranza. Se dovessi individuare un fil rouge di questi cambiamenti lo identificherei nella paura. È l'individualismo assunto come paradigma della modernità cui ci siamo un po' tutti subalternamente piegati; la crisi dei luoghi di riproduzione sociale, delle identità collettive, della politica come passione civile, hanno fatto il resto. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al passaggio da una società delle regole condivise a una società dei rischi individualizzati, da una società della continuità e della stabilità a una società del mutamento discontinuo. E a rendere più complesso il quadro di riferimento è la constatazione che il momento attuale è dominato dall'insicurezza, dalla paura: l'ideologia della sicurezza come bene primario da salvaguardare in uno stato d'emergenza planetario può diventare criterio per giustificare ogni genere di limitazione dei diritti fondamentali.
Vorrei uscire dalla frustra querelle se la scuola deve istruire o educare, il che consente ideologismi sulla scuola quasi sempre connotati dalla nostalgia per il “bel tempo che fu”.
La scuola educa (è interessante notare come in Italia usiamo l’inglesismo education per non impantanarci in discussioni o ricerche di un termine corrispettivo) come ogni luogo di relazioni significative.
Siamo noi adulti a doverci riprendere delle responsabilità, ognuno per la sua parte.
 

La domanda è scontata, ma viene naturale, quasi inesorabile. Media, rete, social hanno un ruolo imponente nella formazione delle giovani generazioni. Per la scuola è un confronto impari? oppure no? oppure addirittura potrebbe esserci in prospettiva un percorso integrato e virtuoso: nativi digitali perfettamente scolarizzati?

È una fatica immane per noi, immigrati digitali; ma è una fatica ineludibile che va sottratta ad ogni conflitto tra “apocalittici ed integrati”.
Sarà più facile per le generazioni future di docenti, ma è un compito a cui non possiamo sottrarci.
I consumi mediali costituiscono dagli anni ‘90 una tra le forme di socializzazione più dirette ed efficaci dell’universo giovanile. Oggi assistiamo, infatti, ad una sorta di policentrismo educativo nel senso che il primato della socializzazione non è più esclusivo appannaggio delle strutture familiari e scolastiche, ma è ripartito all’interno dei rapporti con i coetanei, il gruppo dei pari, ed i mezzi di comunicazione di massa che auspicano e giustificano un approccio di tipo “orizzontale” ed immediato nella costruzione della realtà giovanile. Se non consideriamo tutto questo quanto può risultare attraente per i nostri figli la nostra proposta culturale, il mondo che gli prospettiamo di abitare? In che misura, cioè, riusciamo a rendere seducenti noi stessi e i contenuti del nostro progetto educativo?
 

Lei oltre che dirigente di associazioni genitoriali è stata anche una docente: esperienza professionale che lascia sempre una profonda traccia di sé in chi l’ha vissuta. Se da collega dovesse riconoscere un merito forte e sottolineare un limite grave nell’attuale corpo docente italiano, a quali aspetti guarderebbe?

La scuola pubblica ed il suo esercito, gli insegnanti, sentivano fino a non moltissimi anni fa che a loro era stata, invero, affidata la «missione» storica di «creare» prima e «mantenere» poi, culturalmente coese comunità con obiettivi chiari di emancipazione personale. Insomma il senso del proprio lavoro era chiaro. Una missione (termine inquinatissimo, ma senza sinonimi) insomma di cui si era consapevoli e a cui, pur senza essere riusciti come generazione di docenti a realizzare quella scuola di tutti e di ciascuno cui molti di noi tendevano, tutti aderivamo.

Oggi sento una perniciosa depressione che attraversa gli insegnanti.

Un carente senso di appartenenza. Il termine “corpo docente” non ha solo una valenza sindacale: indica il gruppo di docenti che sente una determinata scuola come qualcosa che gli appartiene, che gli stia a cuore nei suoi spazi, nelle cose che ha. Una scuola che sia anche accogliente come deve essere una casa comune nella quale si trascorre  molto del proprio tempo.
Non è un discorso astrattamente retorico, ma il tema è che se chi vive la scuola non la sente propria non sarà in grado di trasmettere questo sentimento ai ragazzi e poiché la scuola è un’istituzione pubblica il messaggio alla fine è che tutto ciò che è pubblico non è mio e non ne sono responsabile.
 

Domanda da un milione di dollari. Cosa si aspetta realisticamente per la scuola nel nuovo scenario politico uscito dalle elezioni del 4 marzo?

Che si azzeri la tendenza iconoclasta del Punto e a capo o dell’anno Zero.
Siamo stremati da questo tipo di eterna campagna elettorale che fa della scuola un sempiterno campo di battaglia. Non è che se la scuola ridiventasse come nel 1961 – con la bacchetta magica o grazie a qualche editto dall'alto – si risolverebbe tutto. È necessaria la fatica politica – per una volta in senso proprio e alto – di un nuovo grande patto sociale.

E, nel caso di cui abbiamo discusso, di un tempo lungo per ricostruire il presidio del limite grazie alla
ri-costruzione esplicita di quel patto implicito tra adulti docenti e adulti genitori, per concorde adesione. Bisogna sostituire l'impossibile scuola trasmissiva con la scuola laboratoriale rigorosa. Una cosa che si cerca di fare in tante scuole grazie a un lavoro straordinario di migliaia di docenti, che i nostalgici non vedono.

Insomma: la nostalgia del tempo che fu non si misura con le trasformazioni avvenute, impedisce questo approccio complesso, trova il colpevole e si lava la coscienza. In ciò, impedisce anche la ricerca di un nuovo rigore. Conservare lucidità di analisi rispetto al pianeta scuola è compito complesso: esso tocca molti nodi impliciti, svela anche molte ipocrisie.


Di Carlo Mari

Tutti i diritti riservati