Apple Education Event, un’occasione per riportare la scuola al primo posto

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Il 27 marzo scorso i giornalisti sono stati invitati a “fare una gita a Chicago” per l’Apple Education Event.
Si aspettava un nuovo iPad economico, pensato per la didattica, e il nuovo iPad è arrivato. Se sia economico lo stabiliranno coloro che tengono i conti ed effettuano gli acquisti nelle scuole.
Con i suoi 299$ (per le scuole, 30$ in più per gli altri) costa senz’altro meno degli altri iPad e dei Surface di Microsoft, ma non batte i dispositivi di casa Google, veri concorrenti di Apple tra i banchi, considerando che sono usati da più della metà dei bambini statunitensi, oltre 30 milioni (New York Times).

Google ha ottenuto questo enorme successo puntando sull’educazione dal 2013, quando ha dato il via a un team per sviluppare prodotti specificamente ideati per studenti e insegnanti, coinvolgendoli direttamente per ottenere da loro opinioni e indicazioni, mentre i concorrenti riproponevano offerte preesistenti, senza considerare i particolari bisogni delle scuole, in termini di usabilità e di costi.
Questo ha permesso ai portatili Chromebook e all’applicazione Classroom di Google di spopolare, grazie alla facilità di configurazione e utilizzo, ai prezzi contenuti, alla possibilità di salvare i documenti sul cloud tramite Google Drive, così che gli studenti possano iniziare un compito in aula e completarlo a casa, per poi ritrovarlo subito alla lezione successiva, con un semplice login.
Certo le criticità non mancano: Google è stata accusata di usare i dati dei bambini per profilarli così da trarne un guadagno, non rispettandone pienamente la privacy, ma nel tempo le policy sono stare modificate in accordo alle varie leggi locali così da ridurre il problema, che però persiste quando i ragazzi crescono e promuovono il proprio account da scolastico a personale.
Apple nella sua presentazione di Schoolwork, nuova applicazione concorrente di Classroom, che come quella permette ai docenti di assegnare compiti agli alunni e valutarli, sfrutta proprio questo punto debole di Google per cercare di far breccia nei cuori e nei conti dei presidi.

Un altro concorrente da non sottovalutare è Microsoft, che se da un lato punta a consumatori più abbienti con i suoi tablet di fascia alta, dall’altro a maggio 2017 ha rilasciato una versione di Windows più leggera, che può funzionare su dispositivi economici, a partire da 189$, anche questi pensati appositamente per le scuole: non a caso include Minecraft Education Edition, la versione per la didattica di un celebre gioco che può aiutare gli studenti non solo con l’informatica ma anche con la storia, la geografia, la chimica e molto altro attraverso diverse espansioni ed ambientazioni.

Il quadro fin qui descritto è ben riassunto da una frase di The Verge: “Google ha una posizione forte nel mercato dell’educazione grazie ai Chromebook, Apple ha applicazioni mobili di qualità, e Microsoft ha applicazioni per la produttività e un sistema operativo progettato per funzionare su tutti i tipi di hardware più economico”.

Il punto è a cosa porterà questa guerra tra aziende tecnologiche per il predominio del settore dell’educazione, e quale ne sia il vero scopo.
È chiaro che non trattandosi di enti benefici il lucro non è una componente trascurabile, infatti il vantaggio che si ricava conquistando una fetta di mercato in questo settore è duplice: da una parte il guadagno diretto della vendita dei prodotti/servizi alle scuole, dall’altra la fidelizzazione di utenti giovanissimi che una volta presa confidenza con un certo ambiente (sistema operativo, dispositivi, programmi, servizi…) probabilmente non lo cambieranno una volta divenuti grandi e quindi consumatori.
Anche per le scuole però ci sono grossi vantaggi: i prezzi scendono e la qualità sale, così da offrire agli studenti sempre nuove possibilità di apprendimento, sia come contenuti che come metodi; inoltre eventi come quello di Apple fanno sì che almeno per un giorno l’attenzione dei media e quindi del grande pubblico torni a focalizzarsi sull’educazione.

Ora non ci resta che augurarci due cose: la prima, che dopo i ringraziamenti di Tim Cook (CEO di Apple) agli insegnanti, anche la politica si ricordi del loro lavoro, per sostenerli e aiutarli, e non per armarli; la seconda, che le grandi case tecnologiche non perdano di vista gli scopi di questi prodotti che sempre di più si diffondono tra i loro scaffali, virtuali e non, ossia di offrire ai docenti nuovi strumenti per insegnare e agli alunni nuovi mezzi per apprendere, senza usare la scuola come un espediente per ottenere nuovi clienti né indirizzare l’istruzione dove gli fa più comodo per generare futuri consumatori, ma inserendosi nel dibattito sull’evoluzione dell’educazione nel ruolo che gli spetta, quello di consulenti informati sulle questioni tecniche, senza usurpare quello di chi da anni se ne occupa, lo studia, lo vive.

Il già citato articolo del New York Times offre un’altra riflessione a questo proposito: le aziende tecnologiche, con i loro prodotti, tendono a dare la priorità ad allenare i bambini in competenze come il lavoro di squadra o il problem solving, mettendo in secondo piano l’insegnamento delle conoscenze “accademiche e tradizionali”, così da porsi al centro del secolare dibattito sullo scopo della scuola pubblica: crescere cittadini intelligenti e ben informati o lavoratori ricchi di competenze?
Ancora una volta c’è da sperare che la politica si faccia avanti e ascolti gli insegnanti per davvero e non solo come slogan, così da guidare il progresso dei metodi educativi nell’interesse degli studenti e non dei conti di qualche azienda né del bilancio dello stato.



Di Giovanni Ficarra

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