Un altro anno, un’altra storia

Insegno da vent’anni ormai.  Mi dico: “Be’ dovresti essere tranquilla adesso, le ossa te le sei fatte, sei diventata di ruolo già da otto anni. La stabilità ce l’hai! Tutto dovrebbe filare liscio.”  Eppure oggi, primo giorno di scuola, le nuvole all’orizzonte c’erano, si vedevano bene, e pioveva discretamente, a tratti, ma pioveva. Uggioso, assonnato e annoiato, come la pioggia che scende copiosa e con ritmo sostenuto, tale era anche il mio stato d’animo mentre stavo per entrare in classe questa mattina, per tenere la mia prima ora di lezione in terza, cioè agli studenti dell’ultimo anno, nel liceo dove insegno da molto tempo ormai. Prima di entrare ho trafficato con il tablet che ci ha fornito l’amministrazione della nostra scuola, mi sono accorta che non riuscivo ad aprire il sito che contiene la piattaforma del nostro registro elettronico, perché qualcuno, durante l’estate, ha installato un dispositivo di sicurezza che deve essere rimosso prima dell’accesso. Insomma la stessa storia dell’anno scorso: il tablet funziona poco, la macchina è lenta, la rete wi-fi funziona a tratti, la connessione viene e va, non si riesce a fare tutto l’appello, e neppure a mettere la firma… Non è cambiato niente rispetto all’anno passato, almeno da questo punto di vista. Però non è questo che mi angustia particolarmente. È altro quello che mi preoccupa. La settimana scorsa sono stati convocati due collegi docenti, uno più pesante dell’altro! Mi sono accorta, ascoltando il mio preside che parlava, che le cose sono cambiate davvero e non di poco!  La prima affermazione che mi ha colpito: bisogna realizzare l’alternanza scuola/lavoro. Ci è stato detto che da quest’anno gli studenti del triennio dei licei devono svolgere 200 ore di stage lavorativi.  “Ma, santa pace” - ci siamo detti tra di noi - “Perché non li lasciano in pace questi poveretti, che devono comunque andare a scuola e stare in classe, ascoltare le lezioni, fare i compiti a casa, studiare e prepararsi per le interrogazioni e i compiti in classe?  Non è già abbastanza tutto ciò? Non devono forse essere pronti anche ad affrontare gli esami di stato?”  No, evidentemente, alla nostra società di oggi tutto questo non basta! Bisogna dimostrare qualcos’altro! E cioè che i nostri studenti, dai 16 ai 18 anni, sono produttivi, si affacciano al mondo del lavoro e già imparano che cosa esso significhi, cosicché poi, un domani, non avranno certo difficoltà al primo impiego (ammesso che lo trovino, peraltro). La seconda considerazione che ci è venuta spontanea, durante i due collegi, mentre sentivamo il preside parlare, è la seguente: “Ma questi ragazzi non andranno forse all’università?  E quindi non dovranno studiare per altri 4 o 5 anni prima di iniziare a lavorare? A che pro queste esperienze lavorative prima del tempo?”  Ecco, forse ingenuamente, noi docenti ci siamo posti degli interrogativi scontati. Ma, evidentemente, anche qui abbiamo ragionato con la nostra testa di semplici insegnanti che assolvono la loro funzione di educatori, maestri, pedagoghi, ma anche “trasmettitori” di conoscenze e nozioni di base (e per una volta uso l’espressione giusta per definire il nostro mestiere! Mi perdonino i pedagogisti!). Le nostre teste di docenti, purtroppo, non sono cambiate e noi continuiamo a riflettere alla stessa maniera, a pensare a quello che è il senso della didattica, al nostro compito più importante, alle nostre responsabilità, mentre la società in cui viviamo sta andando in un’altra direzione. Eh, sì, perché si vuole che la scuola non sia più il luogo privilegiato in cui si insegnano concetti, princìpi, idee, fondamenti teorici, conoscenze, contenuti insomma, ma anch’ essa deve diventare ambiente produttivo, efficiente, in cui si impara ad essere operativi, e gli studi solo teorici non bastano più, serve l’utilità dell’azione, della prassi per dirla in termini aulici. Il messaggio è sempre quello: la “Buona Scuola” è la scuola del “Fare”, non è la scuola del “Sapere”.

E c’è un altro macigno che grava sulle nostre coscienze, nel profondo dei nostri animi ormai stanchi, delusi e disincantati: il comitato di valutazione. Nel secondo dei due collegi il preside ci ha parlato sommessamente - perché è chiaro che la questione è delicata anche per lui - della nomina di due docenti da destinare a tale organo collegiale. Ora la domanda fondamentale è stata “Ma chi se la sente di svolgere questo compito? Di scegliere i criteri di valutazione degli altri colleghi in base al merito?” La domanda direi che è una domanda basilare, perché riguarda il fondamento ontologico dell’essere docenti. Chi insegna deve anche verificare e valutare gli esiti del proprio insegnamento, e pertanto valuta gli studenti, ma il processo vale solo in quell’unica direzione. Gli insegnanti non scelgono come valutare gli altri insegnanti, né tantomeno possono farlo i genitori degli studenti o gli studenti stessi. Sarebbe un paradosso! Se proprio si vuole, per valutare un insegnante o “valorizzare” il merito di un docente (ma la sostanza è la stessa!) ci vorrebbero delle figure il cui ruolo professionale sia ben al di sopra, per titoli e per competenze, di quello dei docenti delle scuole secondarie. Quest’esigenza sembrerebbe ovvia, eppure di fatto non lo è. Durante il collegio non abbiamo neppure contestato la richiesta del preside, forse perché erano troppo grandi la stanchezza e la sfiducia nei confronti di questa scuola che non ci appartiene più, che ci sembra sempre più lontana. Abbiamo semplicemente chiesto di rimandare la scelta dei due docenti, nell’attesa che - chissà - qualcosa possa cambiare, o che il tempo ci consenta di pensare alla strategia migliore da realizzare per poter sopravvivere, per non cedere al ricatto professionale, alla minaccia esistenziale… Eppure, c’è sempre una luce che brilla negli occhi dei nostri ragazzi, e ci pensavo proprio stamattina quando una mia studentessa di terza mi ha chiesto: “Ma che differenza c’è tra la rivalutazione dei classici nell’umanesimo e quella del neoclassicismo?” Gli studenti non sono cambiati, quelli no.

Roma, 14 settembre 201


Di Chiara Di Serio. Docente di ruolo di italiano e latino nei licei.

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