La scuola italiana è già multietnica

Scenario di contesto

Diciamolo senza mezzi termini: mentre l’Europa si perde – letteralmente - dietro evidenti egoismi nazionali e particolaristici, e l’Italia paga il prezzo di gran lunga più alto di questa drammatica disaggregazione di fatto dell’Unione; mentre l’immigrazione assume i contorni dell’esodo di massa, in fuga dai paesi d’origine del continente africano, per motivi vari, di guerra, di persecuzione e/o di povertà assoluta;  mentre, per altri motivi e con altre modalità e con contorni meno drammatici ma pur sempre complessi e problematici, flussi interni all’Europa di popolazione migrante investono sempre più i paesi europei, segnatamente con spostamenti massicci dall’est europeo ai paesi occidentali; mentre tutto questo accade sotto il segno della colpevole sottovalutazione e impreparazione dell’Unione Europea e dei singoli paesi membri ad affrontare questo fenomeno epocale; in Italia – e ovviamente non solo – c’è chi già si trova per forza di cose a gestire, o meglio, a governare nel vissuto quotidiano le implicazioni sociali e culturali di questo fenomeno: la scuola.  Se gli adulti migranti, a quanto risulta dai contorcimenti delle istituzioni, devono aspettare soluzioni, chi non può aspettare – e meno male - sono i bambini e gli adolescenti migranti, la cui inclusione deve passare attraverso un inserimento immediato nel sistema scolastico: unica via – oltre che di elementare civiltà - per ridurre il rischio per i paesi europei di un futuro, anche a breve termine, segnato da spaccature e tragiche conflittualità interetniche.

La scuola

La questione dell’inserimento degli alunni stranieri nelle scuole italiane, fino a qualche anno fa problema nuovo, emergenziale e quasi di nicchia, è oggi ormai fenomeno consolidato. La presenza nell’universo studentesco nostrano degli studenti stranieri è ormai un fatto strutturale, e come tale va vissuto, affrontato e governato: politicamente, culturalmente, professionalmente. 

Per aprire una finestra – non pretendiamo di fare più di questo - su tale realtà, non ci si può affidare a impressioni o dati disorganici; occorre far riferimento a dati ufficiali, attendibili, indiscutibili. Per questo il nostro riferimento è agli eccellenti rapporti statistici del MIUR, integrati con indagini statistiche di associazioni di volontariato impegnate su tale tema  (1).

Intanto è da precisare che già il parlare genericamente di alunni stranieri è insufficiente a fotografare la realtà. Per avere idea dello scenario è impossibile non distinguere tipologie varie e profondamente diverse nel profilo culturale e umano, portatrici anche di esigenze didattiche molto differenziate:

  • alunni nati in Italia da genitori stranieri (la cosiddetta seconda generazione), ormai più numerosi di quelli nati all’estero; già questo è dato strutturale di grandissimo rilievo: la G2, fra gli alunni, supera la G1;
  • alunni nati all’estero da genitori stranieri, comunitari e non, poi immigrati;
  • alunni nati in Italia da un genitore straniero e uno italiano;
  • alunni nati all’estero da un genitore straniero e uno italiano;
  • alunni rom;
  • alunni stranieri compresi fra richiedenti asilo e rifugiati;
  • minori immigrati non accompagnati  (vogliamo dire?  il massimo della criticità, e della drammaticità);
  • minori in affido o in adozione.

Distribuzione alunni "stranieri" in Italia

Aumento alunni "stranieri" in Italia (in migliaia)

Un universo variegato. Fatto di un totale (ultimo dato definitivo riferito al 2014)  di 802.785 alunni.
Dei quali 167.591 nella scuola dell’infanzia, 283.233 nella scuola elementare, 169.780 nella secondaria di I° grado, 182.181 nelle superiori.  In percentuale, il 9,5% del totale della popolazione studentesca delle scuole italiane. Il 48% è costituito da studentesse.  L’aumento degli alunni “stranieri” nelle nostre scuole è stato nell’arco del decennio 2004-2014 davvero imponente, passando dai circa 380.000 studenti nel 2004 agli oltre 800.000 attuali. Nell’a.s. 2013/2014 l’incremento è stato del 2,1% rispetto all’anno precedente; in verità un tasso rallentato rispetto ai due anni precedenti. Ma l’incremento specifico degli alunni stranieri nati in Italia è stato invece dell’11,8%; e questa specifica componente della popolazione studentesca di seconda generazione costituisce ormai il 51% della popolazione studentesca straniera totale. Appunto: la G2 ha superato la G1; e questo è dato sociale strutturale, che non può non modificare l’approccio culturale e professionale nelle nostre scuole, così come da tanto tempo avvenuto in paesi quali il Regno Unito o la Francia.
Va da sé che questa popolazione studentesca straniera privilegia, per una pluralità di motivi, la scuola statale. Solo il 10% opta per la scuola non di stato, percentuale sulla quale peraltro incide profondamente la presenza molto elevata nella scuola dell’infanzia, così come accade d’altronde anche per i bambini italiani, stante la presenza quantitativamente insufficiente della scuola 0-6 anni in ambito statale. Un ulteriore segnale, se ce ne fosse bisogno, che la riforma della scuola dovrebbe affrontare come una priorità la questione del segmento scolastico cosiddetto 0-6, inqualificabilmente sottovalutato nel nostro paese.

Le diverse nazionalità

Provenienza

Nazionalità

Sono ben 192 le diverse nazionalità alle quali appartengono gli ottocentomila studenti stranieri. Circa metà è di area europea, il 25% proviene dall’Africa, il 15% da Asia e Oceania, il 10% dall’America per lo più centromeridionale.
Se guardiamo alle singole nazionalità, in Italia la comunità studentesca straniera più numerosa è quella rumena (circa 155.000 ragazzi), seguita da quella albanese (circa 107.000), marocchina (101.000), cinese (circa 40.000), filippina (circa 25.000), moldava (circa 24.000), indiana (circa 23.000). Seguono poi quella ucraina, peruviana, tunisina, ecuadoregna, pakistana, egiziana.
Da questi dati emerge che le comunità di appartenenza sono quelle legate ad una fase immigratoria un po’ più lontana nel tempo; non figurano nazionalità come la etiope, la eritrea, la siriana, la nigeriana, la somala ecc., cioè quelle legate alla fase immigratoria prorompente in atto in questi ultimi mesi, flusso caotico e incontrollato, tragicamente moltiplicato dalla crisi libica, troppo recente per incidere ancora in senso stanziale e quindi anche scolastico, ma anche caratterizzato, nelle intenzioni dei migranti, da un approccio all’Italia come transito per ricongiungimento familiare o ricerca di lavoro in altri paesi europei. Tuttavia non è azzardato prevedere che anche questa presenza etnica si andrà consolidando nelle nostre scuole nella proiezione futura di pochi anni.

 

Distribuzione nel territorio

Un universo vario, così come è varia la sua distribuzione sul territorio nazionale. Ed è altro aspetto che segnaliamo, soprattutto a chi volesse ancora avanzare dubbi sull’importanza della Autonomia scolastica. La scuola va contestualizzata, e non può più essere in nessun modo regolata da un centro che la interpreti come un unicum da governare con modi e criteri professionali e gestionali univoci.  Piuttosto: unico, coeso e mirato dovrebbe essere l’impegno - quello sì - delle istituzioni pubbliche per assicurare al meglio possibile pari opportunità, parità di diritto allo studio e all’apprendimento – per gli alunni italiani come per quelli stranieri, integrati insieme - secondo una logica che è quella originaria dell’Autonomia, così come dettato con assoluta chiarezza dalla legge istitutiva (Legge n. 59/1997, art. 21): autonomia perequativa, cioè autonomia come rispetto e valorizzazione delle diversità, non divaricazione delle opportunità.

Mosaico regionale

Come dati generali possiamo dire che la redistribuzione, in valore percentuale medio, degli studenti stranieri nelle tre macroaree italiane fa registrare un 65% di presenza nelle scuole del nord, un 24% nel centro ed un 11% nel sud e nelle isole.
Con riferimento alle singole regioni, le concentrazioni maggiori si trovano in Lombardia (circa 197.000 studenti stranieri), Emilia e Veneto (93.000), Lazio (77.000).

 

Distribuzione regionale

Qualche esempio specifico interessante.
Composizione regionale.
Stante che le tre comunità studentesche più numerose in Italia sono, come detto, quella rumena, albanese e marocchina, nella redistribuzione e nella composizione regionale della presenza di studenti stranieri chiaramente le troviamo ai primi posti nella maggior parte delle regioni, anche se con qualche picco interessante in alto o in basso. Ad esempio i rumeni rappresentano il 43% degli studenti stranieri in Basilicata, il 39,4% nel Lazio, mentre scendono al 9% in Liguria. Gli albanesi sono il 28,1% in Puglia, il 24,5% in Toscana e solo il 2,1% in Sardegna. I marocchini sono il 35,1% degli studenti stranieri in Valle d’Aosta, il 20,4% in Piemonte, e appena il 2,7% nel Lazio. Per quanto riguarda le altre nazionalità la redistribuzione nelle regioni è ancor più decisamente a macchia di leopardo: un mosaico variegato. Gli studenti cinesi sono per lo più intorno al 3% in gran parte delle regioni, ma salgono all’11,2% in Toscana. Gli ucraini sono fra il 2% e il 3% in molte regioni, ma salgono al 15,9% in Campania. I filippini sono in diverse regioni fra l’1% e il 3%, ma salgono al 6,7% nel Lazio, al 5,7% in Sardegna, al 5% in Lombardia.

Percentuali sul totale nazionale
Interessante è anche osservare i dati non per composizione regionale della presenza studentesca straniera, ma in percentuale rispetto alla consistenza delle singole comunità sull’intero territorio nazionale. Spicca per esempio il dato degli studenti sudamericani (in particolare peruviani e ecuadoregni), i quali per circa il 50% della propria intera comunità nazionale sono concentrati nella sola Lombardia. Gli studenti cinesi per quasi il 70% della propria intera comunità in Italia sono concentrati in 4 regioni, nell’ordine: Lombardia, Toscana, Veneto, Emilia Romagna; ridottissima la loro presenza nelle regioni meridionali. Gli alunni ucraini rispetto alla propria consistenza complessiva in Italia vedono un’alta concentrazione in Lombardia (22% del totale della comunità studentesca ucraina), il 18% in Campania mentre nel resto del meridione scendono sotto il 3%. I filippini sul proprio totale in Italia sono concentrati molto in Lombardia (22%), nel Lazio (18%), in Emilia Romagna (12,2%), mentre sono di fatto assenti in numerose regioni del nord e del sud (Liguria, Valle d’Aosta, Trentino, Friuli, Basilicata, Abruzzo, Molise).  I moldavi, pressoché assenti nel sud e nelle isole, vedono la propria presenza studentesca in Italia molto concentrata in Veneto (26,8%) e in Emilia Romagna (21%). Gli indiani vedono il 41% della propria comunità nazionale in Italia presente in Lombardia; per il 7,6% sono presenti nelle scuole del Lazio, ma con un aspetto da sottolineare che riguarda la loro concentrazione di fatto nel solo basso Lazio, quindi con una incidenza rilevante nelle scuole di tale area circoscritta; per il resto del sud e delle isole la  loro presenza scende quasi costantemente sotto l’1% del totale degli alunni di nazionalità indiana.     

Comunità Rom e Sinti

Ulteriore dato interessante è quello che riguarda la comunità rom e sinti, che consta a livello nazionale di 11.651 studenti, dei quali il 16,2% nella scuola dell’infanzia, il 52,6% nella scuola elementare, il 29,7% nella secondaria di I° grado e l’1,5% nelle superiori. Le Regioni a più alta presenza di alunni rom sono la Lombardia e il Lazio. Riguardo alla comunità rom va detto che si è registrata negli ultimi cinque anni una diminuzione di circa un migliaio di alunni. Difficile valutare se sia dovuta ad una minor presenza di rom sul territorio nazionale oppure, più probabilmente e con risvolti più drammatici, ad un maggiore tasso di mancata osservanza dell’obbligo scolastico.

Scenario comunale

Disaggregando ulteriormente i dati territoriali, troviamo una presenza diffusa di alunni stranieri nelle realtà cittadine, ma non solo nei grandi centri urbani, bensì anche nelle città di fascia medio- piccola. Per fare solo degli esempi, Alessandria, Bolzano, Imperia, Pordenone vedono una presenza di alunni stranieri che oscilla fra il 16% ed il 20% della intera popolazione studentesca cittadina. Nel sud Reggio Calabria si attesta sul 4%, Bari sul 3%. Ancor più significativo il dato riferito a centri  più piccoli; sempre a titolo di esempio troviamo a Ladispoli (Roma) un 18% di alunni stranieri, a Mirandola (Emilia Romagna) il 21%, a Montecchio Maggiore in Veneto il 27%.
Le statistiche ministeriali ci parlano anche di alcuni comuni – per lo più di dimensioni medio piccole – con presenza di alunni stranieri che supera il 30%; è il caso in Lombardia di Pioltello. Mentre altri comuni lombardi, come Cologno Monzese, o toscani, come Prato e Campi Bisenzio, superano il 22% di studenti stranieri.
Una notazione del tutto particolare va fatta rispetto alla realtà dei piccoli comuni (i paesi), nei quali in numerosi casi il sistema scolastico ha tenuto, cioè le istituzioni scolastiche hanno potuto conservare una propria autonomia, di fatto solo grazie alle iscrizioni di alunni non italiani.

Percentuale di "stranieri" per classe

Mette conto citare anche un altro dato interessante, riferito alle percentuali di alunni nelle singole scuole e nelle singole classi. Posto dal ministero Gelmini nel 2010, il tetto del 30% di alunni stranieri per scuola e per classe è stato ribadito dalle linee guida del ministero Carrozza nel febbraio 2014. Tale tetto, che sia condivisibile o meno, parte ovviamente dalla constatazione oggettiva della complessità didattica e relazionale che cresce in presenza di un numero elevato, o troppo elevato, di studenti stranieri, peraltro a loro volta differenziati per cultura, lingua, ma anche per storia personale in Italia (da chi ci è nato a chi ci è arrivato di recente). 
I dati ministeriali segnalano che sul complesso delle istituzioni scolastiche italiane – sommate fra loro quelle di ogni ordine e grado -  il  20,5% non ha alcuna presenza di studenti stranieri; il 59% ha una presenza compresa entro il 15% del totale dei propri alunni; il 15,5% presenta una percentuale di alunni stranieri compresa fra il 15% e il 30% (comunque elevata); il 2,9% supera il tetto del 30% ed un ulteriore 2,1% supera addirittura il tetto del 40%: cioè per intendersi, quasi la metà dei propri alunni non è italiana. Dunque complessivamente il 5% delle scuole italiane non rientra nei citati parametri ministeriali.    

Riflessione

Naturalmente una presenza così massiccia e diffusa di studenti stranieri impone sempre più – e con urgenza – il tema del ripensamento della didattica anche in funzione di tale presenza. Cioè contestualmente al ripensamento pedagogico, metodologico, relazionale, comunicativo “della scienza e dell’arte della docenza”  di fronte ai mutamenti epocali, al diffondersi della società della conoscenza e delle tecnologie della comunicazione, di fronte ai mutamenti antropologici e valoriali, la professionalità docente – e tout court, quella dei lavoratori della scuola, dalla Dirigenza al personale amministrativo e ausiliario – deve fare i conti anche con la capacità e la competenza nel governare i processi di insegnamento/apprendimento e relazionali di una comunità studentesca sempre più multietnica e multiculturale; davvero sede primaria di un processo di formazione alla cittadinanza che operi sul creare capacità dialogiche, capacità di confronto e di contaminazione, contro un altro vissuto – oggi sempre più diffuso - di cittadinanza non inclusiva perché impaurita e soffertamente conflittuale.   Forse di fronte alla complessità di questi temi, davvero strategici e di civiltà, dovrebbero e potrebbero fare un bel passo indietro gli spiriti bellicosi, iperpolemici e destrutturanti che nel nostro paese attraversano sistematicamente la classe dirigente, i partiti, i sindacati, il Parlamento, ogni volta che si affronta il tema di una riforma della scuola. E dare – anche in termini di coesione sociale - priorità vera alla questione scuola e, al suo interno, ai grandi temi della pedagogia, delle dinamiche relazionali ed educazionali, dei modi della trasmissione e dell’apprendimento dei saperi e delle competenze. Una scuola di profilo tanto complesso non ha certo bisogno né di sceriffi né di docenti demotivati e dequalificati, né di demagogia dell’autogestione né di aziendalismo organizzativo immemore dell’atipicità di una comunità organizzata educante, quale è la scuola. Non ha bisogno di contrapposizioni pregiudiziali e ideologiche fra valorizzazione dei territori e centralismo, come se valori dell’Autonomia scolastica e valori della Scuola Repubblicana fossero inconciliabili e alternativi, e non fossero invece parti integranti dello stesso spirito e dello stesso dettato costituzionale.
Ma questo forse è un altro discorso… e un altro paese. Nel frattempo la scuola italiana, multietnica e multiculturale lo è già nei fatti, e la sua gestione e valorizzazione viene demandata come sempre alla buona volontà di chi nella scuola stessa ci lavora e di chi ci studia. In attesa di…

 

1)   Per i dati statistici utilizzati il riferimento è in particolare ai due seguenti soggetti, che ringraziamo:


Di Carlo Mari

Tutti i diritti riservati