La Buonascuola e l'opinione degli studenti.

Abbiamo rivolto alcune domande in merito alla riforma della scuola, in discussione in Parlamento e nel paese, ad Alberto Irone, portavoce nazionale della “Rete degli Studenti medi”, che ringraziamo per la cortese disponibilità

D. In tema di riforma della scuola il Governo sembra puntare sul confronto e la  mediazione, senza le asprezze del percorso della legge elettorale. Però dopo ogni incontro con sindacati ed organizzazioni studentesche e dei genitori sembra di essere sempre al punto di partenza. Qual è la valutazione della Rete degli studenti?

R. La nostra valutazione è quella per cui il termine ascolto per il governo sia più una evocazione che un fatto politico. Ascoltare è una condizione necessaria per costruire una riforma realmente inclusiva, partecipata, che abbia il consenso per giocare un ruolo importante dopo anni in cui la scuola pubblica è stata all’ultimo posto nelle agende politiche di governi che l’hanno ritenuta solo un costoso ed inutile esborso di risorse pubbliche. Questo esecutivo, a fronte del richiamo ad una consultazione da tenersi nei mesi centrali dell’autunno, ha evidentemente preferito scegliersi alcuni interlocutori comodi, escluderne altri e tradire le intenzioni di confronto universale dimostrate a Settembre scorso. Ascoltare, per noi, significa legittimare le critiche e le opinioni di chi è intervenuto nel dibattito degli ultimi mesi, farsene carico, essere disponibili a riscrivere i punti fondanti il DDL Buona Scuola: altrimenti da fatto politico l’ascolto si svuoterebbe di qualsiasi significato e sarebbe semplicemente funzionale ad una narrazione sbagliata e pericolosa, cioè quella per cui si dichiara ai giornali di essersi confrontati con tutti, ma si agisce poi “in autonomia”. Più che autonomia ci sembra che il governo stia agendo, sbagliando, in una sorda solitudine.

D. Il diritto allo studio nella “buona scuola” appare più evocato come petizione di principio che declinato in linee concrete. Quali sono le richieste della Rete degli studenti?

R.  Chiediamo da anni che venga approvata e finanziata una legge nazionale sul diritto allo studio normativamente capace di dettare alle regioni i Livelli Essenziali delle Prestazioni che ciascun ente deve erogare. La situazione è molto confusa: esistono regioni dotate di risorse e buone leggi regionali, altre prive di finanziamenti, altre ancora addirittura con testi risalenti a più di 20 anni fa, incapaci di rispondere a bisogni attuali. La Buona Scuola evoca il diritto allo studio, ma non lo rende una priorità fondante la scuola dei prossimi anni, sia in termini di risorse sia in termini di centralità politica nella società e nella scuola del domani. Il problema della scuola italiana sono ancora i ragazzi che perde e che non è in grado di trattenere nei luoghi d’istruzione. La dispersione scolastica è un dramma sociale, e ha un costo economico per lo stato enorme. Chi sta scrivendo questo provvedimento evidentemente non ne ha la percezione.

D. Il ruolo del Dirigente Scolastico ha assunto nella discussione sulla riforma una centralità assoluta, anche inopportunamente, offuscando altri temi e problemi di primaria importanza. E’ solo un problema di governance e di equilibri di poteri nel mondo della scuola, o è anche una questione culturale?

R. Sicuramente tutte e due le cose. Il problema di governance appare evidente: se il decisore pubblico consegna al dirigente scolastico poteri straordinari perché ritiene che più efficiente sia il dirigente, meglio funzioni l’istituzione scolastica, che ruolo giocano le altre componenti che vivono la scuola ogni giorno? Devono essere relegate a rappresentare i propri interessi particolarissimi e non occuparsi più della comunità scolastica nella sua generalità? Che scuola orrenda quella in cui ognuno si occupa di sé e una persona ha i poteri per decidere su tutti. E ancora: chi valuta i presidi e che tipo di tutele esistono contro i pessimi presidi? Su questi punti c’è poca chiarezza e un’idea culturalmente sbagliata e, ancora una volta, pericolosa: che in una comunità educativa la persona responsabile è prima di tutto una e coincide con il dirigente. Una scuola, a nostro parere, deve essere uno spazio sociale d’apprendimento, in cui si impara se ci sono le condizioni per farlo e in cui si educa alla democrazia e alla responsabilità. Esattamente il contrario di quanto stabilisce la Buona Scuola.

D.  L’ipotesi ventilata in questi giorni di affidare non solo al Dirigente Scolastico, ma anche ad un organo collegiale (Consiglio di Istituto? Nucleo di valutazione?) il compito ed il potere relativo alla chiamata diretta ed alla valutazione del merito dei docenti desta perplessità non meno grandi del potere tutto monocratico affidato al dirigente.

La valutazione e la conseguente premialità dei docenti, per i quali la legge stabilisce 200 milioni, da parte dei Nuclei di Valutazione è un errore profondo. A noi non interessa la ricerca del migliore, a noi interessa costruire insieme strategie di miglioramento. La scuola pubblica che si dà come priorità il premio dei docenti migliori, tralasciando le questioni contrattuali aperte e il fatto che il patto tra Stato e docenti è criminale (ti pago poco per esigere poco da te) rischia semplicemente di scimmiottare le peggiori imprese private. La scuola è un luogo collettivo, in cui si sommano decine di interessi, aspirazioni, simpatia ed antipatie: ricondurli a sintesi e far avanzare tutti verso il successo formativo è un lavoro faticoso. Una valutazione dei docenti premiale coinvolgendo attori sbagliati come i genitori, che mi si permetta, nella grande maggioranza dei casi sono invadenti, poco responsabili ed ultra protettivi sarebbe inutile nella migliore della situazioni e profondamente dannosa in contesti delicati che hanno bisogni opposti.

 D.  In quale modo concreto potrebbe realizzarsi una compartecipazione più moderna e fattiva della componente studentesca alla governance della scuola? Organi Collegiali riformati o forme alternative di cogestione?

R.  Credo che la risposta vada data in tutti e due i campi. Gli Organi Collegiali vanno sicuramente riformati, affidando agli studenti maggior peso nelle decisioni interne alla scuola e alla didattica, realizzando una pariteticità con le altre componenti. Il ruolo delle famiglie e dei genitori nelle scuole va ripensato e agito con maggiore incisività. Le forme di cogestione sono importanti e dove sono state introdotte nel Piano dell’Offerta Formativa, una battaglia per cui ci spendiamo molto, hanno migliorato la qualità della didattica, reso familiare un ambiente che per un adolescente può risultare alienante, aiutato a crescere e stimolare autonomia del singolo e creatività, accanto all’educazione alla cura e alla gestione del bene pubblico. Sono momenti formidabili e se attuati responsabilmente e con successo possono cambiare, purtroppo su una dimensione piccolissima, il modo di fare scuola e la didattica.

D.  Sul rapporto scuola/lavoro sembra esserci non poca confusione nello schieramento antigovernativo, fra sospetti di una possibile subalternità della scuola alle esigenze del mondo imprenditoriale e del mercato del lavoro e proiezioni verso una maggiore integrazione dei processi formativi con la esperienza delle dinamiche del lavoro. La rete degli studenti addirittura sembra chiedere più ore di alternanza scuola/lavoro. Vogliamo delineare meglio la posizione del mondo studentesco in proposito?

R.  Noi siamo fortemente favorevoli all’alternanza scuola lavoro come occasione formativa per superare il binomio tra sapere o saper fare, a cui è ancora subalterna la struttura gentiliana del sistema pubblico d’istruzione. L’alternanza scuola lavoro di qualità, attuata in tutte le tipologie di scuole, a maggior ragione nei licei, rappresenta un momento formativo fondamentale: ma in quanto tale, non concerne per nulla l’abbattimento dell’enorme tasso di disoccupazione giovanile o il soddisfare le esigenze delle imprese. Allo stesso tempo chi è inserito nei percorsi di alternanza deve essere tutelato come un lavoratore: sono anni che chiediamo uno statuto degli studenti in stages capace di tutelare adeguatamente gli studenti e rendere obbligatorio per le imprese il rispetto degli standard di sicurezza, degli orari e della valutazione della didattica. Ci siamo mobilitati su questo punto perché riteniamo inammissibile che l’alternanza scuola lavoro possa essere attuata fuori dai percorsi curriculari, come il periodo delle vacanze estive, e perché riteniamo fondamentale che venga attuata in tutte le scuole, con la stessa dignità.

D. Un punto fondamentale della riforma, ma più in generale del dibattito sulla scuola, è quello della valutazione dei docenti. Non è apparsa chiara finora la posizione degli studenti; o meglio l’impressione è che le organizzazioni studentesche siano contrarie o quanto meno fredde in proposito più per tenere tatticamente unito il fronte di lotta con i docenti che per convinzione.

R.  Noi siamo convinti che la valutazione sia fondamentale. Come detto prima non ci interessa minimante determinare la premialità dei nostri docenti, ma individuare strategie di miglioramento con tutte le componenti del mondo della scuola, facendo sentire la nostra voce in maniera forte dove necessario, a partire dalla didattica e dalle competenze professionali dei nostri insegnanti. Questa posizione politica l’abbiamo ribadita sempre, è entrata a far parte anche dei punti esposti dall’appello “la scuola che cambia il paese” e non ci è mai stata d’ostacolo nella costruzione di piattaforme comuni insieme ai docenti.

D.  A parere della vostra organizzazione le varie forme ipotizzate di finanziamento privato alle scuole sono da respingere in toto, ed anche in linea di principio, o potrebbero coesistere con una politica adeguata di spesa pubblica nella scuola di Stato? In particolare forme come lo school bonus, il crowdfunding ed il 5 per mille si potrebbero accogliere?

R.  Siamo molto critici sull’estensione degli sgravi fiscali anche alle rette delle scuole superiori. In larga parte è un regalo a diplomifici e strutture private che offrono servizi spesso indebolendo la qualità della didattica e l’istruzione statale. Il DDL nemmeno prevede distinguo tra queste e altre tipologie di istituzioni scolastiche che in maniera completamente diversa, completano l’offerta statale, come scuole superiori cooperative o esperienze dei maestri di strada. 5 per mille, school bonus e crowdfunding sono misure molto diverse. Nel merito: la norma sul 5 per mille, prima dello stralcio, era ridicola: 80 per cento alla singola istituzione scolastica, 20 per cento ad un fondo perequativo nazionale. La ritenevamo una vergogna, senza ritegno nel dare di più a chi ha di più e meno a chi ha meno, la certificazione delle diseguaglianze. Lo school bonus, per come nasce, è un istituto sbagliato perché nella sua affermazione certifica un fatto: la privatizzazione dei finanziamenti a fronte dell’inadeguatezza da parte dello stato di assicurare la totalità dei bisogni finanziari delle singole istituzioni scolastiche. Come diciamo da diversi anni la scuola è pubblica e deve rimanere tale anche nella totalità degli strumenti finanziari a sua disposizione. Il crowdfunding ci sembra un esperimento estemporaneo: le scuole hanno bisogno di risorse pubbliche e strutturali per determinare con esattezza l’offerta formativa, non di investire tempo e risorse in campagne pubblicitarie per trovarle.

D.  In sintesi, qual è la posizione della Rete degli studenti sulla parità scolastica, non circoscrivendo il ragionamento solo alla questione finanziamenti pubblici o no?

R. È molto semplice: siamo contrari che la scuola pubblica sia parificata indistintamente alla scuola paritaria.

D.  Per concludere, una domanda politica di fondo, forse provocatoria, ma che interroga molto i cittadini non addetti ai lavori. Questa sollevazione del mondo tutto della scuola, personale scolastico, studenti, genitori, sindacati, è da intendersi in ottica positiva, come opposizione di merito e convinta verso una riforma non condivisa, oppure nasconde – almeno in piccola misura – una spinta conservatrice che prescinde dai contenuti della riforma stessa? Uno slogan diffuso durante lo sciopero del 5 maggio recitava: “la buona scuola c’è già”. Al di là del meritevole apprezzamento rivolto allo sforzo di operatori scolastici e studenti per far funzionare la scuola pur nelle difficoltà, è uno slogan che sembra contraddire le lamentele – motivate – che da anni ed anni vengono espresse dal mondo della scuola e dalla opinione pubblica circa le disfunzioni gravi del sistema. Possiamo chiarire meglio il senso politico di tutto questo movimento di opposizione?

R.  Credo che la mobilitazione sia da intendersi in maniera profondamente positiva, e lo era credo sicuramente nella grandissima parte dei soggetti che l’hanno convocata e la stanno guidando. Come ogni grande protesta, in particolar modo questa, rivolta contro un provvedimento le cui attese sono state deluse, attuato da persone fuori da qualsiasi processo educativo, sul quale il premier ha personificato le proprie ambizioni, emergono strumentalizzazioni, esagerazioni e anche conservatorismi che spesso hanno poco a che vedere con la piattaforma. Ma credere che la scuola si possa fare senza gli studenti e senza l’80 per cento di insegnanti che hanno scioperato contro la Buona Scuola è un progetto che non ha fondamento. Credo che sulle spinte conservative giochino molto i disastri e le frustrazioni accumulate a causa dei provvedimenti dei governi precedenti. Noi non diciamo che la buona scuola c’è già, chiediamo una scuola buona per davvero.


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