Questo romanzo s’ha da studiare

«Andrebbero proibiti per legge». Ha esclamato Matteo Renzi. Alla platea della School of Government, dell'università LUISS di Roma, ha detto anche questo, il 24 marzo. I Promessi Sposi, se non fosse obbligatorio, sarebbe interessante. Sarebbe letto. L’annuncio non è passato del tutto inosservato. Un po’ perché tutti vorremmo abolire - per legge - la cosa che più abbiamo odiato sui banchi di scuola. E un po’ perché i trentotto capitoli manzoniani è difficile che conquistino gli alunni. Si può dire che Manzoni non è un grande autore, rispetto ai contemporanei stranieri. Si può dire che l'opera è inferiore ai Cori tragici e al Cinque maggio, che hanno il loro perché. Ma “don Lisander” è il romanzo. Con buona pace di squilli di tromba e mortal sospiri. E quel romanzo ce lo ricordiamo tutti, anche quelli che l’hanno odiato.
Da studente fresco di diploma ci sono passato eccome. Ricordo già dalle elementari gli spagnoli secenteschi che “insegnavano la modestia alle fanciulle”. Poi qualche pagina in terza media. E il quinto ginnasio. L’ho letto, tutto, dal “ramo del lago di Como” al “sugo di tutta la storia”, lo giuro. Le domeniche sera, steso sul letto con quel tomone. Ho trovato una professoressa che ce lo spiegò bene. In classe ognuno leggeva un personaggio, feci l’Azzeccagarbugli, e il cardinale Borromeo. Non so se sia stata una “Provvida sventura”, ma leggerlo mi è servito. Almeno come punto di partenza, per altre letture, più belle. Come opera di un’idea di lingua, e anche di nazione. Oltre la Provvidenza c’è di più. C’è questo paese: corruzione, cattiva giustizia, e anche “malavita”. Con la fiducia, che alla fine le cose vadano bene, che i potenti siano anche brave persone. Un lavorone sui personaggi, da Don Abbondio, a Fra’ Cristoforo, a don Rodrigo. La capacità di inserire tanto, in una storia forse banale, anche la grande Storia, la peste, i Lanzi. Oppure il romanzo nel romanzo, la Monaca di Monza. Nella lungaggine, “La sventurata rispose.” è un capolavoro di efficace brevità.
Lo citiamo, anche senza accorgercene. “Dagli all’untore” è un popolare brano di Caparezza e una volta ho sentito il deputato Cicchitto parlare dei capponi di Renzo. Ne hanno fatto due sceneggiati in tv, e il simpaticissimo riassunto-medley degli Oblivion, in dieci minuti, e la versione del Trio. Avrebbero meno senso, se non fosse più nelle classi. È troppo lontano da noi perché diventi lettura di piacere. Non sarebbe nella mia biblioteca e in quella di molti altri. Lo apprezzerebbero di più forse. Nel letto, al buio, sarebbero tutti Innominati in crisi. Ma in pochi, troppo pochi. Continuiamo a studiarlo. O riprendiamolo in mano. “Il diavolo non è brutto come lo si dipinge”.


Di Mauro Milano.  Diploma di liceo classico, è studente del primo anno di Filosofia all’Università Roma Tre.

Tutti i diritti riservati