La decelerazione

Partiam partiam…  ma siamo sempre fermi ai nastri di partenza;  guardare al percorso della riforma della scuola di questi mesi, e vedere l’effetto che fa: effetto decelerazione. Da “la scuola come prima riforma strategica, ad un disegno di legge prossimo venturo… e poi si vedrà in Parlamento”.

Sia ben chiaro. Non siamo affatto sostenitori di una ridondante decretazione governativa che bypassi il Parlamento; e non amiamo una decretazione emergenziale laddove  l’urgenza sia costituzionalmente non sostenibile. Però così siamo francamente allo stress da ridondanza di bilanciamento tra acceleratore, freno e frizione.

Domenica 22 febbraio con un evento mediatico il piano di riforma sembra venga messo in campo.  Il testo – un decreto legge ed un disegno di legge-delega - è annunciato per il 27 febbraio in un Consiglio dei Ministri, che però slitta a martedì 3 marzo. Lunedì 2 marzo sera, contrordine:   “labuonascuola” è ancora negli spogliatoi.  Il 3 marzo uscirà un disegno di legge da presentare e affidare al Parlamento. Martedì 3 marzo non esce neppure il disegno di legge (che slitta al 10 marzo).  Dal Consiglio dei Ministri escono linee guida delle linee guida  (perché questo, in definitiva, era anche il corposo documento “labuonascuola” pubblicato all’inizio di settembre).  Sconcerto, preoccupazione, il ministro “basito”;  ma anche speranze che in tema di scuola finalmente si realizzi la corretta ed alta sintesi politico culturale in Parlamento. Pare che, oltre ai Presidenti delle due Camere, anche il nuovo Presidente della Repubblica si sia speso in tal senso. Certo è che il percorso di questa annunciata riforma è stressante; non per i tempi - che comunque, in verità, cominciano ad esser lunghi - ma per il modo:  una decelerazione continua.  Ripercorriamone il cammino. Febbraio 2014: il governo si insedia ed il punto programmatico strategico è: la scuola è il motore della società, presente e soprattutto futura; la riforma della scuola non è una delle riforme da fare, è la precondizione per far ripartire il paese verso un futuro più moderno, efficace, civile. Sottoscriviamo in toto. Passano sei mesi ed il 3 settembre viene presentato il documento “labuonascuola”: corposo, ambizioso, organico, ancorché caratterizzato sui vari aspetti dalla enunciazione di linee guida. Non è - neppure nel linguaggio - la bozza di un testo di legge. Giustamente  si presenta un piano: il conseguente testo normativo seguirà. Ma prima ci sarà la consultazione pubblica, perché la scuola è una cosa seria e va coinvolta la società nel suo molteplice profilo fatto di classe dirigente politica, di associazioni sindacali e culturali, di cittadini, ma, nel caso specifico, soprattutto di operatori della scuola, di studenti e di famiglie. Due mesi di consultazione, e poi, conseguentemente, si arriverà ad una stesura normativa. La consultazione delude, perché timida e poco convinta la partecipazione, troppo sospettosa – colpevolmente, a nostro avviso - di un bluff governativo. Quindi prolungamento della consultazione. Altri due mesi. La consultazione si rinforza indubbiamente, ma nel frattempo il dibattito informale, politico, sociale e professionale dilaga: si discute su “labuonascuola” come se una riforma ci fosse già.  Critiche, polemiche su un testo legislativo e normativo che non c’è. Poi un segnale di svolta…… sabato 13 dicembre il partito democratico organizza una giornata di seminario, in cui si discutono gli esiti della consultazione; a dispetto dei sospettosi, critiche e perplessità emerse nei mesi precedenti vengono recepite, con intenzioni di modifiche alle linee guida della riforma soprattutto in tema di carriera dei docenti, laddove il piano riformatore si è impantanato di più.  Nuovo annuncio: il giorno del primo compleanno del Governo sarà presentato il nuovo testo del documento “labuonascuola” rivisitato postconsultazione.  Ma nel frattempo, più che per la consultazione, le difficoltà si ingigantiscono andando a decifrare le implicazioni reali e tecniche della riforma. Caso lampante: il caos delle GAE, dentro le quali c’è davvero di tutto e di più in termini di variabili professionali, occupazionali, esistenziali e giuridiche. Il 22 febbraio è il gran giorno. Una mattinata intera di evento mediatico, bello, avvolgente, pieno di enunciazioni accattivanti e condivisibili: ma niente testo di riforma, che è annunciato per il successivo consiglio dei ministri del 27 febbraio. Che a sua volta slitterà al 3 marzo. Ma la sera del 2 marzo, l’ulteriore colpo di freno. Non un decreto legge per le urgenze ed un disegno di legge-delega per il corpo massiccio del piano, ma un solo disegno di legge, secco, neppure legge-delega a quanto si può capire. Ancora linee guida ed il disegno di legge che slitta al 10 marzo.  Il Parlamento in campo. Ne siamo lieti. Ma attenzione, l’impressione – se maligna ce ne scusiamo – è che tutti, proprio tutti, ma proprio tutti,  stiano giocando sulla pelle della scuola.

Quali le spiegazioni? Si è detto: il nuovo Presidente della Repubblica chiede di rivalutare il ruolo del Parlamento e non può accettare decretazione di urgenza dove l’urgenza giuridicamente non sussiste. Benissimo. Ma guarda un po’ dove a va a fare centro la pur sacrosanta moral suasion neopresidenziale! Su un tema che invece di urgenze ne avrebbe, e di scadenze pure. E su un settore, delicatissimo, quale la scuola, che di fibrillazioni da sempre vive e soffre: tra riforme fatte e non applicate, controriforme fatte e non applicate, riforme fatte male, lunghi periodi di stasi riformatrice accompagnati da una ipernormazione incrementale, stratificata negli anni, che, a volerla applicare tutta, non richiederebbe ministri, dirigenti scolastici ed OO.CC., bensì un supercervellone elettronico da film di fantascienza, dotato peraltro di una imponente dose di pazienza. Martedì 3 marzo, al termine di una giornata che osiamo immaginare di autentico stress per il ministro dell’istruzione, non entra in campo nemmeno il disegno di legge, ma ancora una volta una conferenza stampa di illustrazione di linee guida. E in serata si chiude con un video del Premier che, accompagnandosi con slides peraltro riduttive rispetto a quelle utilizzate il 3 settembre, presenta enunciazioni sul valore strategico della scuola e la centralità sociale di dirigenti scolastici, docenti e studenti. Precisiamo, onde evitare equivoci sia nei confronti di chi sostiene il piano governativo che di chi lo contesta : condividiamo tutto quanto detto dal Premier nel video in questione oltre che nella conferenza stampa congiunta con il Ministro. D’altronde come si fa - ci domandiamo - a non condividere l’idea che sulla scuola si costruisce il futuro; che il paese prossimo venturo sarà come la scuola di oggi lo disegna e come la sua riforma lo prefigurerà; come si fa a non condividere l’idea di una centralità dello studente e l’idea che il personale scolastico vada rispettato, riqualificato e rilanciato nel consenso sociale, come ruolo professionale strategico; come si fa a non condividere l’idea di  investire risorse nella scuola ed anche di trovare risorse aggiuntive a quelle pubbliche per vie legittime e socialmente utili e corrette.  Ma quando si deve passare alla definizione di un testo legislativo e pesare le parole della legge, perché servano non  a creare equivoci ed interpretazioni fuorvianti, ma applicazioni politiche ed amministrative capaci di far decollare la scuola, la sua autonomia e la sua qualità, il discorso diventa ben più complesso; e richiede tempi, oltre che lucidità e visione. Come sanno i tecnici ministeriali che stanno impazzendo nella identificazione del profilo delle GAE e nei passaggi che possano effettivamente non ricreare precariato futuro, oltre che le premesse di nuovo infinito contenzioso, e nella ricerca di una quadratura del cerchio delle disponibilità finanziarie. E così, ancora decelerazione; dal 3 marzo si va al 10 marzo, per avere un testo da presentare in Parlamento. E poi i tempi del Parlamento, della lettura bicamerale e della doppia approvazione della legge. Nel frattempo ci si avvicina pericolosamente all’inizio del nuovo anno scolastico. Per la questione precari in cattedra il 1 settembre 2015 forse si è già in ritardo. Si farà uno stralcio, con decretazione su questo punto?  Ma gli elementi della riforma si tengono fra loro, come un tessuto organico  - finalmente e giustamente questa sembra divenuta consapevolezza di tutti - e le stesse assunzioni per essere funzionali alla qualità ed alla equità dovrebbero discendere dalla riforma e non viceversa. Si andrà a soluzioni tampone, come nella peggiore tradizione della politica scolastica italiana?  Come si vede la partita è – a dir poco - oggettivamente complessa;  e che la scuola diventi un terreno su cui si misura la democrazia parlamentare italiana è cosa buona e giusta. Ma questa strada avrebbe richiesto una tempistica diversa, un percorso diverso, fatto di accelerazione in progress, al contrario  della decelerazione progressiva, fin quasi alla stasi.  E se la scuola era, come è, il settore strategico precondizione di una riforma del paese, era probabilmente l’unico vero settore che presentava urgenze. Comunque ben venga la politica, il confronto dialettico fra impostazioni culturali e politiche diverse, che si misurino, si confrontino, interagiscano, perché poi chi deve e può ne tragga la sintesi riformatrice alta, che possa reggere negli anni. Ma ci permettiamo di avanzare le nostre vive preoccupazioni, riguardo al clima politico generale e a quello specifico parlamentare, segnato finora più da battaglie di posizionamento che da lucidità legislativa. Se questo Parlamento, con la sua maggioranza molto variegata e con le sue opposizioni molto eterogenee, saprà misurarsi con questa prova in modo adeguato, farà certamente la cosa più alta dell’intera legislatura: una riforma del sistema scuola, frutto di una impostazione della maggioranza e della sua leadership politica, ma anche del confronto e della mediazione con posizioni ed esigenze altre, rappresentate dalle opposizioni. Se invece la scuola sarà un pretesto, ed occasione strumentale, per battaglie politiche altre, per tatticismi e schermaglie… già il sentirla definire “ramoscello di ulivo offerto dal Premier alle opposizioni”  fa preoccupare non poco. Già vedere la parola scuola esclusa dall’elenco di problemi su cui qualche gruppo di opposizione dà disponibilità al confronto dialettico (banda larga sì, RAI sì, reddito di cittadinanza sì: e perché la scuola no?) non è di buon auspicio. La scuola ha bisogno di un Parlamento all’altezza del suo fondamentale ed irrinunciabile compito. Altrimenti la decelerazione del percorso riformatore diverrà un “fermo auto” e la scuola si trasformerà, come già in passato, in occasione di scontro, di divisione e di lacerazione nel paese oltre che nel Parlamento. E di questo la scuola non ha davvero bisogno… e neppure l’Italia.


di Carlo Mari

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