Le scelte di prima

No. Proprio non ci riusciamo a non commentare anche noi l’affermazione del Ministro Poletti circa le vacanze scolastiche estive troppo lunghe. Non ci riusciamo proprio come non è riuscito un Ministro solitamente e meritoriamente sobrio ed alieno da esternazioni mediatiche ad evitare di andare sul terreno scivoloso delle esternazioni ad effetto. E come tali, caratterizzate da approssimazione e superficialità sommamente fastidiosa. Porre il problema della possibilità ed opportunità di rivisitare il calendario scolastico italiano è certamente condivisibile e non è neanche una particolare scoperta; i giorni di lezione in Italia sono già superiori a quelli di altri paesi europei; la scansione nell’anno può anche essere in qualche misura modificata. Ma invocare il cambiamento, in qualunque campo, scuola compresa, anzi scuola prima di tutto, è operazione politica, sociale e culturale di grande serietà, che postula una opportuna lontananza da ogni semplificazione impropria, gettata lì ad effetto. E postula anche una precondizione: ciò che è stato scelto e deciso prima può essere sbagliato o può anche essere semplicemente arrivato il momento di cambiarlo, ma non va considerato come frutto delle decisioni e delle scelte di qualche imbecille. Non solo sarebbe approccio arrogante, ma soprattutto sarebbe approccio a rischio di difettosa valutazione di contesto e quindi di una ricerca di nuove scelte non opportunamente analitica e riflessiva. Intendiamo dire che il calendario scolastico è stato pensato e calibrato tenendo conto non di impulsi decisionali privi dell’opportuno substrato di  riflessioni e di motivazioni. Tutti imbecilli quelli di prima! Malcostume molto italico. Il calendario scolastico è sempre stato figlio di valutazioni ambientali (non a caso le vacanze estive “lunghe” in Europa sono tipiche dei paesi mediterranei, caratterizzati da tutt’altro scenario ambientale e climatico rispetto ai paesi nordici), di  valutazioni metodologico/didattiche per una scuola italiana che fa di corposi “compiti a casa” quotidiani un cult che permea in profondità la vita degli studenti – piccoli e grandi – e quindi dà in qualche misura senso alla utilità umana, intellettuale e psicofisica per i ragazzi  di uno stacco temporale rilevante fra un anno scolastico e l’altro. Ed ancora, la scuola italiana, fra esami di riparazione di una volta e verifica dei debiti formativi attuali contempla costantemente un’appendice tardo estiva ai processi di apprendimento e di valutazione degli alunni in difficoltà; e fra corsi di recupero e modalità varie di reimmersione degli alunni nei programmi svolti nell’anno scolastico i famigerati tre mesi di vacanze estive assumono contorni diversi e meno dilatati. E nello sviluppo diacronico delle decisioni politiche ed amministrative sul calendario scolastico un occhio meno disattento potrebbe ritrovare anche cambiamenti profondi già realizzati; una volta la data fatidica che segnava l’inizio del nuovo anno scolastico era il 1° ottobre, che è stato poi rivisitato con un ben differente 1° settembre. E non dimentichiamo che proprio certi fautori del primato delle esigenze del mercato del lavoro sulle esigenze dei processi formativi scolastici hanno non  molto tempo addietro invocato un ritorno al 1° ottobre per favorire le dinamiche lavorative di settori importanti della nostra economia reale, in particolare del turismo e del suo indotto. Fortunatamente richiesta bocciata. Intendiamo dire che il tasto toccato dal Ministro Poletti presenta aspetti diacronici e sincronici tanto variegati e complessi che meritano di essere risparmiati da esternazioni ad effetto. A maggior ragione da parte di chi è investito di un compito titanico – oggi più che mai - come quello di guidare il Ministero del Lavoro. E solo toccare la parola lavoro dovrebbe indurre a sobrietà e prudenza massime, come quelle che del resto caratterizzano abitualmente il Ministro stesso. Ma evidentemente la scuola suscita in tutti, ma proprio in tutti, la deprecabile convinzione di poterne parlare e straparlare a piacimento: perché di scuola ne capiamo tutti! Del resto non siamo stati tutti studenti? E quasi tutti genitori di studenti? Quindi, diciamo la nostra a ruota libera. Noi siamo felici e rasserenati dall’aver appreso che i figli del Ministro in questione durante le vacanze estive hanno sempre lavorato. Ciò ci conforta e illumina di solarità la nostra immagine circa il futuro di questo paese; e soprattutto circa le prospettive occupazionali dei nostri giovani!  Per favore: scuola e lavoro sono temi da trattare con assoluta delicatezza ed organicità. E bene ha fatto il Ministro dell’Istruzione Giannini a rispondere al collega, sia pure con il garbo che la contraddistingue e con la prudenza necessitata dall’essere parte di uno stesso Esecutivo. La progettata riforma della “buonascuola” – senza qui entrare in un giudizio di merito – il problema del rapporto tra formazione scolastica e formazione al lavoro lo affronta, e con ben altra organicità e sistematicità di proposta; con riferimento sia ai mesi di svolgimento delle lezioni sia a quelli estivi. Ripetiamo, al di là del giudizio di merito su quanto il DDL prospetta, comunque quello è l’approccio - di sistema e complesso - con cui affrontare le esigenze di cambiamento in un settore  - di sistema e complesso - come il rapporto scuola/lavoro. Al di fuori di questo approccio strategico, si dà spazio all’improvvisazione, oppure all’opportunismo, oppure alla tatticismo del chi esterna di più, oppure al moralismo. Ci perdonerà il Ministro se la sua esternazione non riusciamo proprio a non vederla come avvolta da un’aura di insopportabile moralismo. Che i giovani durante l’estate possano orientarsi verso il fare una qualche esperienza lavorativa, lasciamolo all’ambito delle loro libere scelte, e delle loro famiglie, senza farne ulteriore e invasivo elemento di programmazione da parte delle scuole e del decisore politico/amministrativo anche sul loro tempo libero. Quanto al lavoro poi, ha ragione il comico Crozza quando, commentando l’esternazione del Ministro, ha fatto satiricamente notare che ben altro è il modo con cui va affrontato il problema del lavoro; e quello della tutela del lavoro e dei lavoratori, anche rispetto a non infrequenti scorribande datoriali sul terreno di un lavoro giovanile totalmente non protetto. Qualcuno ha richiamato gli USA, per questa abitudine che il Ministro invoca: appunto, negli USA queste esperienze lavorative giovanili hanno proprio il connotato esperienziale non incardinato nel mercato del lavoro, ma opportunamente spontaneistico e naif, se ci è consentita l’immagine.   A meno che – sospetto che aleggia nell’aria – il Ministro non abbia parlato a nuora perché suocera intenda: si attacca sul versante studenti, per arrivare a quello dei docenti; con la solita vieta diatriba sulle troppe vacanze dei docenti. Se così fosse, sarebbe un motivo di più per affrontare una volta per tutte, con rigore statistico ed analitico, la questione del profilo lavorativo dei docenti italiani, che da una analisi scientifica non avrebbero davvero niente da temere o da  perdere. Si dirà: non diamo troppo peso ad esternazioni occasionali, per convegni o dibattiti mediatici. Non è così: basta vedere le reazioni all’affermazione del Ministro. Per contestarla o approvarla non c’è stato giornale o televisione che non ne abbia parlato: dunque queste esternazioni diventano strumento di battaglia politica, e perciò più che mai vanno ben ponderate prima di effettuarle. Non sottovalutiamo i peana, molto sospetti, che sono emersi a favore del Ministro da parte di chi cavalca – ed in fase di riforma del sistema scolastico il rilievo è tanto maggiore – una idea di scuola che stravolga l’impianto formativo in direzione di una scuola che sostituisca il sapere con il saper fare, le conoscenze con il problem solving, le dinamiche pedagogico-intellettuali docente/discente con le dinamiche tecnico della didattica/cliente, la formazione alla fruizione delle conoscenze attraverso lo spirito critico e autonomo con l’addestramento ad un cognitivismo prestazionale e performativo.  Per carità, non si tratta di perorare la causa di una strategia necessariamente e schematicamente alternativista. In questo sito più volte richiamiamo l’esigenza del senso della misura, tanto più in una riforma come quella della scuola: non si tratta del giocare una partita fra il sapere ed il saper fare – tanto per fare un esempio – ma di trovare i giusti equilibri. Tuttavia un paese deve affrontare temi come quello della formazione e del lavoro, con una strategia che muova da una idea: nel nostro caso, da una idea di scuola, che poi vuol dire una idea di società. Ed è importante che chiunque abbia alte responsabilità decisionali non dia spazio a logiche da tifoseria. Per questo, circa le esternazioni di Poletti, pur avendole qui criticate, ci schieriamo in campo neutro: senza le esagerazioni  polemiche, che possono pur avere l’odore di bruciato della strumentalità antigovernativa, ma anche senza il canto celebrativo di chi dà spazio ad altra strumentalità, culturale.     Abbiamo letto - con assoluto rispetto per lo sforzo di analisi, ma anche con qualche profondo sconcerto - un articolo sull’Huffington Post del 25 marzo, pubblicato da un giovanissimo manager, che celebrando le affermazioni polettiane, contesta la incapacità totale della scuola italiana a preparare al lavoro: “A scuola si impara di tutto, ma non a lavorare”.   Affermazione che nella sua radicalità – per quanto incardinata in alcune lodi al livello culturale della scuola italiana – non ci sentiamo in nessun modo di condividere, per l’idea di scuola che lascia trasparire e che, a nostro avviso, non era nemmeno nelle intenzioni del Ministro Poletti sostenere. E insiste l’articolo: “Per favore, non parlate più, se prima non avete visto con i vostri occhi cosa succede là fuori”  (n.d.r.: cioè, fuori dalla scuola, nel sociale). E poi: “Nella scuola italiana ci si riempie di nozioni”.  Rispondiamo noi: per favore, non parlate, se prima non avete visto cosa succede là dentro  (n.d.r.:  cioè nella scuola).
Ma lo sconcerto di fronte all’articolo, che pur legittimamente sostiene una propria linea interpretativa del ruolo della scuola, nasce cliccando per andare a leggere la consueta minipresentazione dell’articolista, che si conclude così: “Solo l’amare, solo la conoscenza conta. È la frase che più mi rappresenta e che mi accompagnerà per sempre”.
Appunto: è quello che diciamo noi!   


Di Carlo Mari

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