Educazione …. fredda …. alla cittadinanza

Nel nostro paese siamo in un momento di reset, quanto mai opportuno – anzi, ineludibile – di valori e di priorità, pubbliche e private;  l’elezione del Presidente della Repubblica si è posta quasi come una sorta di momento di autocoscienza collettiva. Il Parlamento è apparso impegnato in un tentativo – tutto sommato riuscito – di trasmettere una immagine più credibile di sé ed una idea più affidabile della politica, senza la quale – mi permetto di dire - non c’è polis, ma legge del più forte, del più spregiudicato, del più furbo.
Nella mattinata dell’insediamento del neoeletto Presidente ho avuto occasione di partecipare ad un incontro e ad un dibattito in un liceo. Tema: l’informazione in Italia, il servizio pubblico radiotelevisivo, la rete con le sue potenzialità ed i suoi pericoli; un paio d’ore di lezione/non lezione, di chiacchierata civica, di formazione. Una occasione per coltivare quelle “speranze” alle quali ha fatto, breve ma intenso, riferimento il nuovo Presidente nella sua prima dichiarazione appena eletto. Speranze:  sì, nei giovani, nella loro freschezza e nella loro intelligenza. Intelligenza  di quei giovani studenti nel comprendere la rilevanza del tema “informazione” che erano chiamati ad approfondire, ma anche nello sfrondarlo di ogni retorica, di ogni frase fatta e nel ricondurlo al vissuto quotidiano delle loro ricerche, del loro studio, del loro impegno nell’apprendere, nel conoscere, nel comunicare.  Proprio nello stile asciutto e diretto che in quegli stessi minuti stava utilizzando il nuovo Capo dello Stato nell’elencare – senza retorica e con nettezza e realismo – cosa significhi nel vissuto quotidiano, pubblico e privato, garantire la Costituzione. E in posizione dominante in tale elenco si è collocato il diritto allo studio, esercizio e pratica di cultura, di libertà, di socialità. Ed anche di rispetto della persona, di rispetto dei docenti e dei discenti, da tutelare nell’esercizio delle rispettive funzioni di insegnamento e apprendimento anche sul terreno della sicurezza - e della dignità - logistica.
A posteriori, confrontando il discorso presidenziale con quanto ascoltato nel liceo, non ho potuto fare a meno di provare conforto nel cogliere questa sintonia.  Ma non ho potuto fare a meno di cogliere anche quanto stridente sia invece il rapporto fra la proclamata – da tutti – centralità della scuola e la effettiva cura pubblica della scuola stessa. Il clima del dibattito era positivo, caloroso; ma solo per il calore dei partecipanti. L’Ente Locale infatti non ha i soldi e a metà mattinata il riscaldamento viene spento. E se poi la scuola è attiva – come dovrebbe e deve – il pomeriggio, il riscaldamento proprio non c’è. E se la scuola non fa la settimana corta (una opportunità o uno “sfizio” che non è detto sia socialmente utile per tutti)  il riscaldamento di sabato è problematico. Per carità, per la qualità logistica e dell’habitat delle scuole italiane c’è anche di peggio ! Ma tant’è.   Nella scuola pubblica il riscaldamento è rigidamente contingentato.  Certo, la crisi morde e ne siamo consapevoli; e tutti devono fare sacrifici. E’ giusto.  La sensazione sgradevole però è che alla scuola solo su questo terreno venga riconosciuta una vera e assoluta priorità: la prima cui riservare sacrifici.  Il calore in quell’aula era garantito da quello “interno” degli studenti.  Magari, se possibile, cerchiamo di non consumare ed esaurire pure quello!


Di Carlo Mari

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