Ottimismo della volontà... nostra

Il dado è tratto. Il piano di riforma “labuonascuola” è stato messo in campo, nella sua versione due, postconsultazione. Domenica 22 febbraio grande evento, con la scuola al centro dell’impegno del Governo, a dispetto di Jobs act, Isis e riforme costituzionali. E una buona attenzione e copertura da parte dei media, che non guasta, anzi è imprescindibile nella società della comunicazione. Tutto bene, dunque, nel senso che la riforma della scuola, lanciata il 3 settembre 2014 e passata attraverso una consultazione pubblica, in verità molto poco partecipata, entra nell’orbita dell’agenda politica effettiva. Si procede con un Decreto Legge (assunzione precari ed edilizia scolastica) ed un Disegno di Legge delega su tutto il resto, dalla carriera docente ai piani didattici disciplinari della scuola dei vari gradi, con apertura ad insegnamenti da epoca 2.0 (coding, economia, inglese), ad insegnamenti culturali alti, patrimonio italiano (arte, musica), ad insegnamenti di cittadinanza (educazione civica, educazione motoria). E poi alternanza scuola-lavoro, digitalizzazione delle scuole, riforma degli OO.CC..  Molto generico questo nostro elenco; ma molto generica la presentazione fatta nell’evento domenicale dalla squadra Renzi, Giannini, Faraone, Puglisi. Niente paura in tal senso; la prima stesura della “buona scuola” aveva già rivelato alcuni dettagli del piano riformatore, ed i testi che contano non sono quelli delle troppe anticipazioni, quanto quelli effettivi delle leggi in cantiere, su cui confrontarsi e misurarsi. Su quei testi anche il nostro sito cercherà di riflettere e - nel suo piccolissimo - di esprimere pareri e contributi di dettaglio.
Ma l’evento del 22 febbraio merita già esso stesso una riflessione valutativa.  
Bello? Sì, vivace, dinamico, valorizzato dalla conduzione da parte di due studenti, dalla esibizione della romana orchestra giovani di Santa Cecilia e dal susseguirsi della presentazione di alcune “buone pratiche” da parte di protagonisti diretti, docenti e dirigenti, genitori e studenti. Tutto suggestivo, accattivante, fuori dagli schemi tradizionali della presentazione di una legge o di una riforma. Eppure una preoccupata tensione si respirava nell’aria, nella sala convegni; ed anche, immagino, nelle case dove cittadini a vario titolo interessati alle vicende della scuola hanno seguito la diretta streaming. Tensione e preoccupazione di vario segno, che ci si riconosca nel piano governativo (in tutto o almeno in parte) o che lo si valuti negativamente (tutto o almeno in parte).
Preoccupazione per una copertura finanziaria che, comunque si configuri il piano di intervento, appare precaria: sia che si tratti delle nuove assunzioni, auspicate, ma anche discusse per la grande e surreale confusione che riguarda le GAE, le incertezze circa i destini dei PAS e dei TFA, questi ultimi nel ruolo sgradito e di fatto non equo di prime vittime predestinate; sia che si tratti di edilizia; o che si tratti di qualità degli organici e di rinnovamento dei percorsi formativi degli studenti.  In tutti i casi non si può pensare ad interventi a costo zero, tutt’altro; e dunque, le risorse. Quali saranno?  E rispetto a quali altri settori della società - e a quali portatori di interessi - governo, parlamento e classe dirigente in genere opteranno per una priorità degli interventi sulla scuola?  Del trattamento stipendiale del Personale scolastico tutto (Docenti, Dirigenti ed A.TA.) non ne parliamo.  Non ne parliamo, perché non se ne parla proprio (solo di scatti, ma di stipendio base ?); sembra vada bene così, ed invece dovrebbe essere un punto di partenza per il piano di ricostruzione del riconoscimento sociale e della centralità del sistema scuola nel paese.

Ed ancora, preoccupazione per la presentazione, un po’ ripetitiva, di principi giusti, ma generici e a “rischio retorica”, che devono trovare le proprie linee attuative, a quanto pare ancora tutte da individuare (ma quando?):  
-  il riconoscimento del merito
-  la modernizzazione dei processi di insegnamento/apprendimento
-  un ridisegno dei curricula formativi degli studenti; la Commissione VII del Senato sembra più avanti, e di molto, rispetto al piano di riforma, e questo appare paradossale
-  una nuova governance del sistema scuola
-  un più moderno rapporto fra formazione e mondo del lavoro; attenzione però, alle frasi ad effetto che, al di là della funzione comunicativa ed “estetica”, potrebbero comportare – o includere consapevolmente - un retropensiero tutto da discutere: è la Repubblica italiana ad essere fondata sul lavoro, o meglio dovrebbe. La scuola no: è fondata sulla propria funzione di istruzione, formazione ed educazione a tutto tondo dei cittadini di domani.

Ed ancora, preoccupazione emerge sulla tempistica. Il Ministro Giannini già proietta gli esiti sul futuro (otto anni). Il che è senz’altro vero se si pensa alla valutazione di esiti di una riforma come quella della formazione dei giovani, fisiologicamente destinata ad incidere su tempi differiti, medio lunghi, di ciclo, e non nell’immediato. Ma per puntare ai fondamentali esiti educativi e formativi  di prospettiva, bisogna operare subito alla realizzazione delle premesse e delle condizioni di sistema:
-  politica del personale e degli organici
-  ridisegno dei curricula e delle possibilità progettuali delle scuole, con correlato rilancio dell’Autonomia, resa asfittica, e squilibrata, negli ultimi dieci anni
-  investimenti nella formazione/aggiornamento del personale
-  edilizia scolastica
-  digitalizzazione/sburocratizzazione
-  riforma della governance
-  attivazione fondamentale dei percorsi concorsuali, strategici per i destini qualitativi della scuola dei prossimi anni;  il concorso per la dirigenza scolastica, già obbligatorio per legge, anche per la sola uscita del bando sta marcando slittamenti di mesi, figuriamoci i concorsi prossimi a cattedra, che dovrebbero essere banditi annualmente e dal prossimo anno.

Se anche su questo ci si dovesse muovere con i tempi, purtroppo, lenti della politica italiana, allora gli otto anni per raccogliere gli esiti formativi di cui parla il Ministro diventerebbero almeno il doppio. E la scuola italiana - anzi, l’Italia - non può permetterselo. Tanto più un sistema scolastico che è stato nell’arco di una quindicina di anni stressato dal susseguirsi, caotico e deleterio, di riforme fatte e abrogate prima ancora di entrare in vigore (riforma Berlinguer), riforme fatte e solo parzialmente avviate (riforma Moratti), riforme fatte “con il cacciavite” (quindi non riforme, ma interventi settoriali, con il ministero Fioroni), riforme fatte, a nome del MIUR, dal Ministero dell’Economia (riforma Gelmini); e poi dalla stasi sostanziale sulla scuola dei Governi Monti e Letta. Non è ricostruzione frutto di amor di polemica o di sfiducia qualunquistica nella politica, che rifiutiamo; è ricostruzione di un sofferto vissuto del sistema scolastico che ha retto per energie interne, capacità di adattamento e professionalità superiore al comune sentire, ma che non potrebbe reggere all’impatto di un nuovo periodo riformatore lungo, disorganico e carico di tensioni. Ed appunto questo è uno dei timori. La esigenza è duplice: una riforma buona ed una riforma veloce. Due esigenze, lo ammettiamo, non facilmente coniugabili, e tuttavia inscindibili. E in questa fase certamente nuova del nostro paese, in cui si pone spesso il focus del dibattito e della legislazione sulla velocità degli interventi  (cavallo mediatico di battaglia del governo e ossessione negativa per le opposizioni e in generale per gli antirenziani esterni ed interni alla maggioranza), la riforma della scuola potrebbe rischiare di imboccare una strada da tempi biblici, altro che velocità. Per carità, è giusta, anzi indiscutibile e ineludibile sul piano costituzionale e politico/democratico, la strada del disegno di legge delega per la realizzazione di gran parte della “buonascuola”. Ma preoccupa pesantemente lo scenario politico, fibrillante, compulsivamente polemico, caratterizzato da battaglie di posizionamento fra rigidità contrapposte. Certo non auspichiamo mediazioni al ribasso, ma dialettica sì, ascolto e capacità di sintesi fra le parti politiche e dentro i singoli partiti, quale più quale meno devastati invece da conflittualità sovente non finalizzata alla governance della polis. Figuriamoci quando si dovrà affrontare un terreno tradizionalmente scivolosissimo e altamente conflittuale quale quello della scuola, su cui son caduti governi, ministri, maggioranze parlamentari! Al contrario una riforma della scuola che voglia essere davvero epocale, che disegni il futuro da qui a trenta anni, come dice Matteo Renzi, postula un intervento riformatore frutto di lucidità, serenità intellettuale, competenza sul merito dei problemi e anche sintesi alta fra esigenze e letture diverse del problema. Tutto questo lo intravediamo all’orizzonte? Sospendiamo il giudizio, ma la preoccupazione  è forte, tanto quanto la indubbia complessità del problema. Il testo effettivo del decreto legge e del disegno di legge delega va letto con attenzione e rispetto da parte di tutti; il che vuol dire appunto, da parte di tutti, lucidità, serenità, conoscenza del tema di cui si parla (di scuola pensano di intendersi tutti, per il solo fatto di esser stati studenti e magari anche genitori di studenti), laicità di approccio. In parole povere: senza pre-giudiziali avversioni o rifiuti e senza rigidi appiattimenti sul testo governativo. C’è da contarci? Ce lo auguriamo. Le premesse non sembrano incoraggianti. Nutrire ottimismo sembra forse illusorio: almeno l’ottimismo della ragione.  Ma l’ottimismo della volontà può essere coltivato e diffuso: per ora – almeno – la volontà dei cittadini! La volontà della classe dirigente politica ..…. ce lo faranno comprendere le prossime settimane e i prossimi mesi.  

Ci sia consentito concludere con il medesimo auspicio espresso da Luigi Berlinguer al termine del suo appassionato intervento all’evento sulla “buonascuola” di domenica 22 febbraio. Riprendendo una gag di circa mezzo secolo fa - appunto -  del grande Nino Manfredi, ha concluso dicendo: “fusse che fusse la vorta bbona” !  Sottoscriviamo.


di Carlo Mari

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