La preziosa “inutilità” degli studi umanistici

In un mondo sempre più globalizzato, in cui, da un lato, l’impatto tecnologico si rivela cruciale e pervasivo e, dall’altro, i problemi occupazionali incombono sul futuro dei giovani, il tema dell’orientamento degli studenti è quanto mai al centro del dibattito, a livello di scelta sia di scuola secondaria sia d’indirizzo universitario.

Il dilemma ricorrente per moltissimi giovani studenti e per i loro genitori, è oggi più che mai sintetizzabile in termini antagonistici: indirizzo scientifico versus indirizzo umanistico. Una dicotomia che immancabilmente – soprattutto a fronte delle ragioni accennate - si risolve a favore dell’indirizzo scientifico. Tale teorema, ormai da anni prevalente, sostiene al riguardo che percorrere la strada del liceo classico e – se recidivi – di una facoltà in discipline umanistiche, significhi condannarsi a vagare ai margini del cuore pulsante del “mondo nuovo”, nostalgici prigionieri di un passato glorioso divenuto ormai sterile e infecondo.

Ne “Il mondo nuovo” di Huxley [1], poderoso e inquietante affresco di una società immaginaria dove tecnologia ed edonismo raggiungono un connubio finalizzato a normalizzare l’individuo, il mondo è perfettamente organizzato ed è il risultato di processi standardizzati e strutturati per ceti sociali, in modo da neutralizzare i conflitti sociali e massimizzare l’efficienza produttiva. I saperi oggetto d’istruzione e apprendimento sono esclusivamente quelli correlati a funzioni applicative, d’immediata evidenza e utilità. Emblematico è, in tal senso, un passaggio della descrizione che il Direttore del “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale” fornisce ad un gruppo di studenti in visita alla struttura:

Perché, come tutti sanno, i particolari portano alla virtù e alla felicità; mentre le generalità sono, dal punto di vista intellettuale, dei mali inevitabili. Non i filosofi, ma i taglialegna e i collezionisti di francobolli compongono l’ossatura della società. (Huxley, 2007, 10)

Un mondo, quello paventato da Huxley, che – seppur metaforicamente – rivela non poche analogie con le tendenze presenti nella nostra modernità liquida [2]. Una società essenzialmente centrata sul progresso tecnologico, infatti, non può non privilegiare una concezione dei saperi “particolari” e non “generali”, di natura scientifica (o meglio ancora tecnica) e non umanistica, poiché spendibili in termini applicativi e dunque, presumibilmente, anche in chiave occupazionale (a favore di una società – per dirla con Huxley - esclusivamente composta da “taglialegna” senza bisogno di alcun “filosofo”).

Ciò determina conseguentemente una ferrea gerarchia, che vede fortemente penalizzate tutte quelle discipline inerenti all’essere umano e alle sue libere forme espressive come lo studio della poesia, della letteratura, dell’arte, delle lingue antiche, della musica e dei linguaggi creativi o come la filosofia, l’etica e l’estetica. Ambiti disciplinari che il trionfalismo tecnocratico considera antichi, vetusti, appartenenti ormai a una numismatica del sapere, del tutto inutili da un punto di vista pratico; saperi improduttivi poiché generatori di conoscenze generiche e non di competenze specifiche. Non v’è dubbio che se si adotti come unico criterio di valutazione il concetto di applicabilità operativa dei saperi, le discipline correlate alle scienze naturali come la fisica, la chimica, l’ingegneria e – su tutte – l’informatica (scienza naturale del mondo virtuale) dominino il proscenio. Ma, con buona pace dei positivisti post comtiani, il criterio utilitaristico non è l’unico da adottare come paradigma di riferimento.  

Lo studio delle “cose” e delle loro grandezze misurabili ha, infatti, certamente il vantaggio dell’utilità facilmente dimostrabile e della più immediata spendibilità nel mondo del lavoro. Lo studio dell’essere umano in tutte le sue declinazioni non matematizzabili resta, tuttavia, di un’importanza enorme, anche in termini di concretezza. E’ proprio la sua apparente “inutilità” a renderlo un patrimonio prezioso, dell’individuo e dell’umanità. Un patrimonio mai obsoleto, anzi veicolo di lungimiranza. Basti pensare alle molteplici nuove professioni che si occupano di mediazione sociale e linguistica, di ambiente e di cultura, di relazioni internazionali, di sviluppo delle organizzazioni di lavoro, delle professioni e dei ruoli. Non servono solo “taglialegna”; servono formatori, consulenti, assistenti, tutti interpreti di linguaggi complessi e articolati riferibili all’uomo, alle sue tradizioni e alla sua cultura. Forse non è più neppure adeguata la nomenclatura fino ad oggi utilizzata per i mestieri tradizionali, per definire le molte professioni emergenti in un mondo che, se da un lato è effettivamente all’apogeo della potenza tecnologica, dall’altro si trova ancor più a dover affrontare enormi problemi di sperequazioni socio-economiche e di conduzione equilibrata del proprio sviluppo, affinché – come la Storia più volte ha insegnato – lo stesso sviluppo non si trasformi in catastrofe.

Gli studi umanistici non forniscono le cognizioni tecniche per costruire una barca, sono però in grado di restituire a chi prenda il largo il senso della profondità e dell’immensità del mare. E chi non conosce il mare e non ne accetta la sua imprevedibilità, il suo mistero e i sentimenti che esso ispira, ma si concentra solo sulla sua barca, sarà sempre un navigante incompleto.


[1] Huxley A. (2007) Il mondo nuovo, Mondadori, Milano
[2] Una società dove tutto scorre veloce e, spesso, insignificante, con sempre più elevati livelli di egocentrismo e d’incertezza. Per approfondimenti: Bauman Z. (2007), Modernità liquida, Laterza, Roma - Bari


Di Fabrizio Dafano, Docente di comunicazione e organizzazione aziendale - Università Roma Tre - Facoltà di Scienze della Formazione;  formatore, consulente di management e scrittore; Presidente Accademia dei Professionisti.

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