La scuola di Renzi

            Forse dobbiamo ringraziare la nota indisponibilità del nuovo Presidente della Repubblica a violare la norma costituzionale sull’uso della decretazione d’urgenza, se ci siamo risparmiati la serie di provvedimenti estemporanei sulla scuola contenuti nel Piano Renzi presentato martedì 3 marzo al Consiglio dei Ministri. Pur se annunciato fra le priorità dell’appena nominato Primo Ministro e formulato al termine di una complessa consultazione, il Piano per La buona scuola non è stato neppure tradotto in progetto di legge a conclusione di un balletto di annunci e rinvii dal quale la stessa ministro Giannini è stata lasciata fuori.
            Sconcertata ed infastidita lei di questo improvviso cambiamento, Renzi lo ha, invece, presentato in  un video postato su Facebook, come normale conclusione di un percorso  di cui si sente orgoglioso. "Quaranta tappe di tour in tutta Italia, 2041 incontri a cui hanno partecipato parlamentari, studenti, insegnanti e dirigenti scolastici. Oltre un milione e 750mila persone raggiunte da una consultazione-dibattito. I numeri di un incredibile risultato, quello del dibattito sulla scuola italiana, strappata ai soli addetti ai lavori. Della scuola non si occupa solo il rappresentante dei Cobas di turno, ma le famiglie, gli insegnanti, gli studenti. Le persone che hanno a cuore l'Italia".
            Non era facile certo intervenire per aggiornare un sistema scolastico disastrato da una gestione ultra decennale dei ministri berlusconiani e dalla politica dei tagli alle risorse economiche in vigore dalla fine del secolo scorso. Da ormai oltre vent’anni la Scuola è stata progressivamente ridotta, anche con la complicità dei governi di centrosinistra, da Istituzione della Repubblica a servizio sociale da gestire, a livello locale, con strutture “autonome” e criteri privatistici, o, anche, con appalto ai privati.
            Proprio per questo era necessario un impegno governativo più adeguato.
            Non c'è, invece, un decreto legge ma non c'è neppure un disegno di legge perché ci sono ancora problemi da risolvere, soprattutto sull’assunzione dei precari, per la quale il governo deve eseguire la sentenza della Corte di giustizia europea, da conciliare con i posti effettivamente disponibili per le diverse materie.
            Non sarà possibile soddisfare tutte le aspettative pur legittime e ci saranno sicuramente motivi di ricorsi e denunce.
            C’è per di più rischio che le assunzioni slittino oltre il primo settembre 2015 creando problemi per un regolare inizio dell’anno scolastico. Si è avanzato il sospetto che tale rischio sia usato come arma di ricatto per il Parlamento, al quale è ormai delegato l’onere dell’approvazione, costretto a procedere ad un confronto serrato con tempi inadeguati e senza  ostruzionismo per non essere chiamato responsabile di tale slittamento. Di tutto questo sono ovviamente preoccupati i precari che avrebbero perciò preferito che almeno per la loro assunzione si procedesse per decreto.
            In assenza di un testo definitivo approvato dal Governo, non c’è, invece, neppure la possibilità di avviare un dibattito serio sugli altri provvedimenti annunciati concernenti l’intero assetto del sistema a partire  dalla carriera dei docenti e dei criteri di remunerazione, non più legati all'anzianità di servizio, alle misure per la piena integrazione degli studenti stranieri;  dal rafforzamento di alcune materie come musica, arte, lingue straniere,  al ripensamento del rapporto scuola-lavoro. Anche la scuola per l'infanzia si propone una novità radicale con la creazione di un unico percorso educativo da zero a sei anni; ci saranno anche interventi per il "sostegno" alla disabilità e misure per il diritto allo studio.
            A caratterizzare l’intero progetto è proposta la piena, concreta, definitiva attuazione dell’autonomia scolastica!
            Con questa s’intreccia il problema dello status e del finanziamento delle scuole definite paritarie in attuazione della legge voluta dal ministro Luigi Berlinguer. Nulla di nuovo nel Piano Renzi sull’argomento come conferma l’esplicita dichiarazione del ministro Stefania Giannini: "Il sistema pubblico ha due pilastri, scuola statale e non statale, lo stabilisce la legge, ma mancano le misure che rendono completamente attuato questo processo." Ne consegue il rilancio della domanda di piena equiparazione riproposto in una lettera aperta sul tema inviata da 44 parlamentari del Pd, di Scelta Civica, e di Nuovo Centrodestra al Presidente del Consiglio, e pubblicata su l’Avvenire, quotidiano della Cei: "Caro presidente, il Piano per la «buona scuola» rappresenta il più importante tentativo di riforma dall’epoca della riforma gentiliana. (sic!) Per questo rappresenta un’occasione irripetibile per superare lo storico gap della scuola in tema di pluralismo e libertà di educazione."
            Questa sedicente “libertà di educazione” significa, in realtà, privazione per i giovani del diritto ad essere accompagnati a formarsi liberamente una propria visione del mondo e della convivenza civile: una scuola confessionale, cioè ideologicamente condizionata, non può consentirlo! In verità il gap da superare è il riconoscimento del diritto al finanziamento pubblico. Da tempo concesso, è sempre meno contestato in nome della ormai accettata “parità” fra scuola pubblica e privata. Si cercano solo forme nuove per individuare risorse da destinare alle private non essendo possibile sottrarne altre al magro bilancio della P.I. Nel progetto in discussone si propone l'idea di introdurre uno sgravio fiscali per le famiglie che iscrivono i propri figli alle paritarie.
            Nella stessa prospettiva si incentivano contributi privati al sistema scolastico nel suo complesso prevedendo la possibilità di deferire il cinque per mille alle scuole e l’introduzione di un credito d'imposta del 65% a chi farà elargizioni agli istituti scolastici.
            Da oltre un decennio il “contributo volontario” all’atto dell’iscrizione nella scuola pubblica è divenuto “contributo obbligatorio”, fissato dal Consiglio di Istituto, inizialmente finalizzato “al miglioramento dell’offerta formativa”, nel tempo destinato anche all’acquisto del materiale di cancelleria, alla carta igienica, alla manutenzione dell’edificio.
            Si configura così il rischio che tali interventi “privati” di genitori in cui si confonde il livello educativo con gli esborsi economici, trasformino anche le scuole di stato in scuole “autofinanziata” di fatto private.
            In questa prospettiva sarà sempre più difficile, anche nel mondo della scuola, riaffermare la distinzione tra l’obbligo della Repubblica a istituire scuole e la concessione ai privati di farlo, purché “senza oneri” per lo Stato.


Di Marcello Vigli.  Saggista e scrittore, per molti anni docente di storia e filosofia, impegnato nelle Associazioni “Scuola e Costituzione” e “Per la scuola della Repubblica".

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