La Scuola e Miss Italia

Forse i nostri lettori, tanti o pochi che siano, si chiederanno se siamo impazziti, in un sito che si occupa di scuola, a rivolgere la nostra attenzione al concorso di Miss Italia; tanto più in coincidenza con l’avvio del nuovo anno scolastico, dell’ennesimo anno scolastico di transizione e di speranze contraddette da difficoltà imponenti e crescenti. E con la riforma de “labuonascuola” alla prova del nove del suo secondo anno di vita. Eppure pensiamo di no, di non essere impazziti, piuttosto che tutto si tenga, nella società e nella vita, quando si parla di formazione dei giovani.
Sabato 10 settembre abbiamo visto lo spettacolo in questione, sinceramente per interesse professionale (sempre forte quando sono coinvolti i giovani) più ancora che per crisi esistenziale. Spettacolo di una lunghezza estenuante, circa 5 ore, pieno di ringraziamenti continui agli sponsor, di celebrazione degli ospiti più o meno pesci fuori d’acqua, di dichiarazioni esistenziali estorte alle candidate con la pretesa di far emergere anche il loro io profondo oltre all’aspetto estetico. Con l’aggiunta di cinque minuti cosiddetti “di cultura”, durante i quali il giornalista di turno ha rivolto alle tre candidate rimaste in gara domande – presunte - colte: attualità, economia, storia, il tutto con una supponenza francamente gratuita ed offensiva, mossa dal presupposto di una propria superiorità (maschile?) e di un profilo da cretine delle ragazze.
Se un docente interrogasse i propri alunni in quel modo sarebbe cacciato dalla scuola della Repubblica: o no?
Le ragazze peraltro, nonostante l’emozione, la preoccupazione di perdere voti, nonché l’inadeguatezza delle domande e dell’approccio stesso del giornalista (non ce ne voglia Gianluigi Paragone, anche lui gettato fuori contesto come un pesce fuor d’acqua) se la sono cavata in modo decente. Avessero avuto qualche attimo in più per rispondere avrebbero probabilmente fatto anche migliore figura, tanto erano sconcertate dalla confusa e variopinta inutilità di quell’interrogazione lampo prevista dallo spettacolo. Tanto per avere una idea delle domande: esistono re e regine nel mondo? Cosa fareste per risolvere il problema del lavoro in Italia? Che manco Mario Draghi avrebbe potuto rispondere in 20 secondi; e a dire il vero le malcapitate qualcosa di appropriato l’hanno pure detta.
Insomma nel complesso uno spettacolo del tutto in linea con il copione di tutte le manifestazioni di Miss Italia almeno da vent’anni a questa parte. Nulla di nuovo. Tanto di vecchio e di ripetitivo, e forse questo tipo di manifestazione non può che dipanarsi in tal modo: anche per necessità di tempi tecnici fra un televoto e l’altro e di visibilità compulsiva per aziende che si giocano un pezzo del proprio mercato. 

Eppure no, questa volta ci è sembrato ci fosse qualcosa di veramente diverso, e nuovo. Solo dopo due terzi della manifestazione abbiamo messo a fuoco la nostra sensazione: il nuovo risiedeva in un’atmosfera di profonda tristezza, di una sfibrata malinconia, di una rassegnata noia - plasticamente rappresentata anche da un pubblico assai reticente nell’applaudire - di una mancanza di voglia di volare e sognare. Certo, la partecipazione al concorso è mossa proprio dalla ricerca di un sogno, ma questa volta è sembrata prevalere l’altra faccia della medaglia: la pesantezza della realtà e la ricerca frenetica di un “colpo” per sollevarsi, da difficoltà economiche, da mancanza di prospettive, da precoci delusioni esistenziali. E allora abbiamo compreso: quel clima triste non nasceva da una formula logora di manifestazione, né dai tempi lenti ed estenuanti del programma, né dalla vena non motivatissima degli ospiti. No, la tristezza nasceva dalle ragazze, era dentro di loro. Intendiamoci, candidarsi a questo concorso ha sempre coinciso con il volersi affrancare dalla realtà, o quanto meno con il volerla migliorare. Ma questa volta la realtà era più forte del sogno e ha improntato di sé l’atmosfera dell’evento. Le ragazze portavano in sé, e li mostravano tutti - alcune inconsapevolmente, altre molto esplicitamente - i segni di una realtà già deprimente a 18, 20, 25 anni. Molte di loro hanno scelto nelle proprie frasi di presentazione il riferimento alla sofferenza (alcune in modo insistito e addirittura ossessivo lungo l’arco di tutta la propria presenza in scena): una sofferenza legata a crisi o difficoltà familiari, oppure di salute, oppure economiche, oppure di lavoro che non c’è, oppure di accettazione di sé (molto sofferta anche se in qualche modo acquisita, come nel caso delle cosiddette curvy, costrette ad ostentare un buon umore che non contagiava il pubblico, perché  palesemente costruito per la scena). E non si son rivelate dichiarazioni elaborate ad arte per catturare voti, perché poi confermate dai media con le piccole biografie delle aspiranti miss.
E non c’era solo tristezza. C’era rabbiosa sfiducia, nonché convinzione che i giochi del televoto fossero precostituiti da mode, da opportunismi di mercato, dal retroterra più o meno organizzato delle varie candidate.
Ecco, ci siamo: la rabbia. Sì l’atmosfera era non solo triste, era arrabbiata. Un concorso senza allegria, senza fiducia, senza sogno, senza speranza. Ma con tanta realtà problematica alle spalle, e ben presente sul palco. La stessa rabbia che da qualche tempo guida la mano del cittadino elettore dentro la cabina.

Si dirà: ma questa è la recensione di uno spettacolo televisivo.
No, è lo scenario del mondo giovanile italiano oggi. Non dimentichiamolo: quel concorso è costruito su giovani donne. E dovunque ci sono giovani deve appuntarsi la nostra attenzione, soprattutto se siamo gente di scuola. Per carità, non pretendiamo di elevare 40 aspiranti miss a paradigma della gioventù italiana d’oggi. Il contrario: vogliamo dire che il profilo dei nostri giovani oggi è complesso, problematico e sofferente al punto tale che è arrivato da protagonista persino a Miss Italia. Chiaro?

O davvero pensiamo che nelle scuole italiane, con i loro otto milioni di bambini e di giovani, ci viva e ci studi un universo giovanile che sprizza soddisfazione da tutti i pori? O davvero pensiamo che di questo scenario siamo perfettamente consapevoli, al punto da agire politicamente, socialmente, culturalmente e professionalmente di conseguenza, per affrontarlo e farlo muovere verso un futuro migliore? La scuola deve lanciare i giovani in mare aperto, e prepararli a navigare con capacità di orientamento; ad attraversare i ponti senza argini, e senza cadere giù; a muoversi nel sociale con rispetto di sé, ma anche del bene comune.
Stiamo inviando ai giovani segnali positivi in questo senso? Francamente non crediamo. E non è solo questione di PIL, di crescita che stenta, di disoccupazione, di culto del mercato giocato al ribasso, che non giova né ai singoli né alla collettività. Non è questione, solo, di dati ISTAT, ma di senso di direzione, di un chiaro orizzonte di attese, che dovrebbe esser delineato con lucidità ed onestà intellettuale almeno pari alla oggettiva difficoltà di raggiungerlo. E non si pensi di poter motivare i giovani con i pannolini caldi di una classe dirigente che coopti giovani in posti di potere, se questi poi si rivelano più vecchi dei vecchi, plasmati a misura della generazione che si dice di voler sostituire (vicenda romana - e non solo - docet!).
Non c’è bisogno, almeno non solo, di un ricambio generazionale di classe dirigente; c’è bisogno di formazione dei giovani, e di cultura, che non è una cosa astratta o per benpensanti o nulla facenti. Con la cultura non si mangia, disse incredibilmente anni addietro un ministro della Repubblica; al contrario, è l’unica risorsa su cui costruire un autentico senso di direzione per una collettività, per un paese, per uno Stato, che in verità appare lontanissimo dai giovani, siano essi studenti delle nostre scuole o candidate ad un concorso di bellezza superato dai tempi, perché superato dalla caduta della speranza, e persino della voglia di divertirsi.

L’universo scuola riflette tutto questo; ed apre il suo scenario del nuovo anno scolastico nel peggiore dei modi. Un rapido sguardo a questo avvio del 2016/2017 e troviamo tutto ciò di cui i giovani non avrebbero bisogno. In primo luogo, una preoccupante assenza di analisi e di consapevolezza delle esigenze della scuola e della sua mission. Tutto viene giocato invece su altri piani, a cominciare dalla politica. Il Governo, e segnatamente il MIUR, vaga in un ottimismo ingiustificato circa l’andamento della riforma. Che la si apprezzi o meno, il fatto è che non ne sta funzionando nessuna parte. Sia colpa dei difetti della riforma o di una sua stentata applicazione, di fatto non sta funzionando nulla. L’aspetto gestionale presenta una improvvisata e cervellotica applicazione della normativa sulla chiamata diretta. L’organico funzionale, da anni invocato da scuole e sindacati, si è trasformato in un deprimente e inutile parcheggio di docenti spaesati nei corridoi degli istituti. La valutazione del personale, obiettivamente necessaria, trova una realizzazione a dir poco aleatoria, che svilisce il principio stesso della valutazione trasformando in oppositori anche i favorevoli. L’assunzione dei precari delle GAE, già problematica in sé in quanto operazione del tutto burocratica e giuridicamente imposta dall’Europa, non solo non sta producendo rinnovamento del corpo docente, ma lo sta inasprendo in un contenzioso costante. Con l’aggravante di un intreccio grottesco con il nuovo concorso in via di espletamento, sul quale è meglio stendere un velo pietoso. Fra posti in organico che compaiono e scompaiono fuori pianificazione, il concorso non sta producendo quelle forze professionali fresche, che proprio fra i neoabilitati (TFA e PAS) andavano cercate. Invece un concorso fra i peggio organizzati e gestiti nella storia della scuola italiana sta producendo solo umiliazioni ingiustificate per quelle migliaia di abilitati che lo Stato stesso aveva rigorosamente selezionato negli ultimissimi anni e che lo Stato stesso sta ora sonoramente e incredibilmente respingendo, con tassi di bocciature epocali, sui quali andrebbe svolta una attenta analisi (o indagine) da parte di tutti, forze politiche e sindacali in primis. E ora quegli stessi docenti, selezionati e abilitati dallo Stato, bocciati al concorso dallo Stato, si accingono ad essere nominati supplenti dallo Stato. Siamo al surrealismo, se non fosse un dramma, per docenti e studenti. Il tutto con buona pace della declamata fine del supplentato, che invece vivrà una stagione rigogliosa, di deprimente precariato senza prospettive. E non è questione di mitizzare la continuità didattica; qui non si parla di discontinuità, ma di instabilità didattica, che è altro e di più.

E degli studenti… chi se ne frega!
Né le cose vanno meglio - anzi - sul terreno didattico/formativo, di cui tutto sommato si vede poco e si parla poco; sembra che di questo non importi un granché a nessuno: incredibilmente, perché è davvero il terreno strategico. Innovazioni didattiche e programmatiche, dalla scuola dell’infanzia alle superiori? Sostanzialmente nulla. E l’alternanza scuola/lavoro diventa l’ennesimo adempimento cui ottemperare, senza domandarsi in profondità quale debba essere davvero il rapporto fra la scuola - e la sua funzione - ed il mondo del lavoro. A meno che non si riduca tutto, oltre che ad un adempimento, ad una distorta concezione puramente funzionalista della scuola rispetto al mercato del lavoro, che è altra cosa dal mondo del lavoro.
Ma di fronte al governo troviamo le opposizioni - di vario orientamento e natura - che si muovono di fatto sulla medesima, identica lunghezza d’onda della maggioranza. Nel merito delle questioni non si entra se non per dire che la riforma è sballata, pessima, una deriva della democrazia. E poi?  Non emerge dialettica fra diverse idee di scuola, idee di studente, idee di funzione docente, idee di rapporto scuola-famiglia-agenti informali di formazione. La logica che sembra trasparire è piuttosto quella strumentale del dire che la scuola va male (dirlo ha sempre fatto comodo, un alibi politico e sociale), ma nel contrastare qualunque intervento o tentativo riformatore. Negli ultimi venti anni si sono succedute riforme su riforme, quasi una a governo, e non una che sia andata a buon fine. In alcuni casi addirittura la si è abrogata prima di farla entrare in vigore (riforma Berlinguer). E così ci avviluppiamo ancora nella cosiddetta riforma Gelmini, segnata, comunque la si valuti, dallo stigma drammatico dei tagli di spesa e che peraltro è stata riforma di ingegneria ordinamentale, non di merito su temi e problemi didattici, pedagogici e formativi.
Il mondo della scuola poi, di cui ci sentiamo orgogliosamente parte, non può mettersi neppure esso la medaglia al collo, perché la medesima logica destrutturante del no a qualunque riforma, soprattutto se di sistema, ha improntato e impronta di sé anche l’atteggiamento del personale scolastico tutto, e segnatamente dei docenti. Che il basso riconoscimento sociale della categoria sia un dato di fatto deprimente appare innegabile. Di affrontare la prima e più urgente riforma della scuola, cioè una adeguata ed europea riqualificazione retributiva dei lavoratori della scuola, non si parla neppure, ed è altro dato di fatto. Che la recente riforma, con le sue assunzioni e la destabilizzazione parziale persino del personale di ruolo, abbia creato caos e tensione è altrettanto innegabile. Ma assolutamente fuori misura appare anche la reazione del personale (che peraltro così si isola sempre più dalla pubblica opinione), con le grida alla deportazione di massa dei docenti neoimmessi in ruolo (termine che andrebbe usato con prudente rispetto per la storia) e con un esasperato allarme da ultima spiaggia per la morte della libertà di insegnamento, anzi della libertà tout court! Per favore. Insomma, giustificato o meno, l’approccio del personale al nuovo anno scolastico risulta tutto nel segno del nervosismo, della contestazione, della disaffezione, e della disattenzione al merito della professionalità docente e alle esigenze formative dei giovani. Così non si va da nessuna parte.
E poi ci lamentiamo dei giovani? Ne critichiamo atteggiamenti e sbandamenti, perdita di valori e di riferimenti. Certo non è solo la scuola a doversi e potersi fare carico di questa ricerca di senso per le giovani generazioni, finendo come sempre con il diventare comodo capro espiatorio; ma la scuola dovrebbe essere in prima linea ed in trincea per questa battaglia e per questo obiettivo.
Non siamo convinti che così sia!
Guardate un po’ come ci ha portato lontano Miss Italia. Sì, lo sappiamo, il nostro lettore dirà che forse la lunga ed estenuante kermesse televisiva ci ha stravolto e piegato al peggiore dei pessimismi. Ma tant’è. Speriamo sia davvero colpa di quell’evento.
Però l’impressione di una gioventù non felice che ci hanno trasmesso quelle ragazze purtroppo ci è rimasta dentro.


Di Carlo Mari

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