Pagella alla scuola, in rosso

Di recente, il 16 ottobre, sul quotidiano Repubblica è stato pubblicato un articolo di Ilvo Diamanti con gli esiti di un sondaggio condotto dall’agenzia Demos-Coop; un sondaggio su scuola e università e, conseguentemente, anche sul giudizio degli italiani relativo alla riforma renziana della scuola dopo il primo anno di applicazione. Un sondaggio che a noi è sembrato di estremo interesse per i risultati che ha dato e per le indicazioni e le suggestioni politiche, culturali e sociali che fornisce; come lo stesso Diamanti sottolinea nel suo articolo. Le sue riflessioni oscillano fra ottimismo e pessimismo; oscillazioni che condividiamo. In verità ci sembrano fin troppo sfumate, perché a noi gli esiti del sondaggio appaiono davvero sconcertanti, spiazzanti, e niente affatto lusinghieri per il dibattito politico nel nostro paese e per la situazione stessa della scuola. Anzi andiamo molto oltre le riflessioni di Diamanti: gli esiti del sondaggio a nostro avviso sono deprimenti, senza se e senza ma. Riassumiamo i dati salienti.

  • Qual è il grado di fiducia degli italiani verso la scuola? Ha fiducia il 52%; 4 punti in meno del 2015, e 10 punti in meno del decennio precedente.
  • Sensibilmente più alta la fiducia nell’Italia settentrionale (fra il 50% e il 54%); molto più bassa – e decisamente bassa - nel sud del paese (39%).
  • Fiducia nella scuola privata?  4 punti percentuali in meno rispetto alla statale. Dieci anni or sono lo scarto di fiducia era di 10 punti.
  • Qual è il grado di fiducia nei docenti?  Il 55% per i maestri elementari (- 7% rispetto al 2015); il 44% per i docenti di scuola media (-12% rispetto al 2015); il 49% per i docenti delle superiori (- 9% rispetto al 2015).  Più alta risulta la fiducia nei docenti universitari, con il 64% (- 8% rispetto al 2015).
  • Gli insegnanti sono preparati? Per l’11% molto; per il 53% abbastanza; per il 31% poco; per il 3% per niente (il 2% non sa).
  • Lo stipendio dei docenti?  per il 52% è grosso modo adeguato (o persino troppo alto); per il 40% è troppo basso (8% non sa).
  • Giudizio sulla situazione della edilizia scolastica: 2 intervistati su 3 la giudicano pessima.
  • Qual è il problema più grave che affligge la scuola statale?  per il 31% la mancanza di risorse per la didattica; per il 24% lo scarso collegamento con il mondo del lavoro; per il 12% lo scarso sostegno economico alle famiglie con poche risorse finanziarie; per il 10% la scarsa qualità del corpo docente; per il 9% i programmi non aggiornati; per il 6% la violenza presente negli istituti.
  • Alla domanda su quale terreno bisognerebbe potenziare il piano educativo degli studenti, il 96% ha risposto: la educazione civica;
    alla domanda “c’è bisogno di maggiore formazione in servizio per i docenti”, il 92% ha risposto sì;
    alla domanda:”i docenti andrebbero valutati, e premiati i migliori”, l’81% ha risposto sì;
    alla domanda: “oggi i genitori difendono troppo i figli di fronte ai docenti”, ha risposto sì l’80%;
    alla domanda: “la presenza di alunni immigrati/stranieri danneggia la qualità della didattica”, ha risposto sì il 16%;
    alla domanda: “gli alunni hanno troppi compiti a casa”, ha risposto sì il 47%.
  • Infine (utilizzando la scala di voti in decimi): qual è il giudizio sulla riforma della buonascuola? Per il 46% negativo (voto fra 1 e 5); per il 44% positivo (voto fra 6 e 10). Il 10% non sa.

Ma il sondaggio fa anche un’indagine disaggregata degli intervistati per appartenenza politica, e così emerge che gli elettori PD danno – mediamente - alla buonascuola un voto di 6,75; quelli di sinistra 4,31; quelli di NCD 4,58; quelli di Forza Italia 5,06; quelli della Lega 4,31; quelli di Fratelli d’Italia 4,45; quelli del M5stelle 3,94.

Bene: proviamo ad esprimere qualche riflessione sulla base di questi dati.
Diciamolo con assoluta chiarezza: quasi un italiano su due non ha fiducia nella scuola (peraltro con trend calante rispetto al recente passato). E questo ci sembra – molto più di quanto lo stesso Diamanti non sottolinei - un dato assolutamente preoccupante sul quale bisognerebbe riflettere a fondo, da parte di tutti, dal governo ai partiti, ai sindacati, alla pubblica opinione, ai media, agli esperti, al personale scolastico tutto. Può darsi che 52% per gli esperti di statistica sia un dato positivo. A noi, francamente, appare invece un dato deprimente, che fa emergere un diffuso scollamento fra i cittadini e la loro scuola, rapporto che invece noi tutti dovremmo considerare assolutamente strategico nel rapporto fra pubbliche istituzioni e collettività per la tenuta del tessuto sociale. Si ha un bel parlare di ricucire questo tessuto fortemente a rischio; se non si parte davvero dal terreno della formazione dei giovani, non c’è strategia che tenga. Ma di questo quanti son consapevoli, fra la classe dirigente e fra i cittadini? La nostra impressione: al di là delle parole e della retorica pubblica ipocrita, di cui il nostro paese fa largo uso, della scuola non frega davvero un granché a nessuno. Anzi, è un terreno su cui esercitare la patria consuetudine di spararsi addosso reciprocamente, a caccia di alibi e di capri espiatori.
Siamo troppo pessimisti?  Andiamo avanti.
Rapporto valutativo fra scuola pubblica e privata.  La scuola privata gode di una fiducia inferiore a quella per la statale di soli 4 punti. Dieci anni or sono, lo scarto era di 10 punti. La scuola di Stato scende, quella privata sale. E in particolare per la fascia infanzia e primaria. È chiarissimo, per chi si occupa di scuola, ma anche per le famiglie con figli in età 0-10 anni, che il credito di cui gode la privata in questo settore si lega fortissimamente alla qualità del servizio non dal punto di vista didattico/educativo, ma da quello organizzativo e generale: strutture, orari di apertura e chiusura del servizio, infrastrutture, servizi, attività extrascolastiche. Nel mentre ci si è arrovellati, da parte di tutti (mondo della scuola e sindacati in primis) a fare sofisticate analisi su moduli, tempio pieno, tempo parziale, organizzazione del lavoro dei maestri, psicologia dell’età evolutiva, elucubrazioni pedagogiche sul tempo scuola e sugli interessi dei bambini, i governi che si sono succeduti hanno lasciato stagnante la situazione di materne ed elementari e le famiglie hanno preso, a costo di grandi sacrifici economici, la via delle private, che con i loro orari, le loro strutture e la loro organizzazione corrispondono ad alcune “piccolissime esigenze: lo star bene dei bambini (che con gli altri bambini per molte ore al giorno ci stanno benissimo, e crescono meglio); la salute psicofisica dei genitori, e soprattutto delle madri, che nel 90% dei casi sono quelle che si fanno carico della gestione quotidiana dei figli. Si dice: ma questi sono aspetti organizzativo/funzionali, e non pedagogici. Retorica, appunto. Per quella fascia di età gli aspetti organizzativo/funzionali del servizio e quelli formativi fanno un tutt’uno: sono pedagogia, educazione, fanno crescita dei bambini positiva e umanamente solida, nel momento stesso in cui favoriscono lo star bene dei genitori, la loro serenità e lucidità e la loro capacità/opportunità di trasmettere tale clima ai figli.

Abbastanza scontata la differenza fra nord e sud del paese: laddove la sfiducia verso le istituzioni è maggiore, anche la scuola ne risente. E così pure la qualità oggettiva delle scuole, perché è indubitabile che il contesto in cui opera una istituzione scolastica al sud è più stressante e negativamente condizionante. Che questo poi voglia dire minore professionalità del personale scolastico… beh, ce ne corre. Anzi, è fin troppo facile fare i bravi docenti o i bravi dirigenti laddove il contesto sociale ed economico è più solido e sereno. Ma questo vale per ogni scenario, che sia nord o sud di Italia, nord o sud delle singole città o dei singoli territori.

E a proposito di giudizio sul corpo docente in generale? Ancora una volta può darsi che la valutazione degli statistici e quella di noi comuni cittadini diverga; ognuno giudichi i dati da solo. Ma a noi il 55% di fiducia nei maestri sembra davvero dato molto sconfortante; per non parlare del 44% dei docenti delle medie e del 49% di quelli delle superiori. Tutti dati peraltro tracollati fra i 7 e i 12 punti in meno rispetto ad un anno prima: un solo anno prima! E lo stesso dicasi per i docenti universitari, che godono del 64% di fiducia (che Diamanti ritiene dato confortante), ma anch’essi con 8 punti in meno del 2015. Insomma la fiducia in un anno è tracollata per tutti: altro che storie!
Che poi i maestri, che mediamente si dannano l’anima per formare i bambini nelle loro basi, sovente in condizioni di livello ottocentesco, stiano 9 punti sotto ai docenti universitari… francamente ci sembra un dato perfino irritante.
Comunque non c’è da gioire proprio per nessuno. Perché poi fra il 2015 e il 2016 ci sia stato questo cedimento strutturale nella fiducia verso i docenti in generale, meriterebbe riflessione complessa. Qui ci limitiamo a pensare che gli insegnanti paghino anche il prezzo della poca fiducia verso la riforma: la confusione creatasi nella scuola si è riverberata sulla immagine professionale - ed umana - dei docenti stessi, pur da molti considerati vittime della riforma.

Ma forse pure i docenti dovrebbero riflettere su se stessi, dovrebbero considerare se anche le loro reazioni alla riforma non siano state motivo di crescente sfiducia nei loro confronti; se il profilo - nell’immaginario collettivo - di una categoria che storicamente si oppone sempre ad ogni riforma della scuola non abbia comportato una perdita di fiducia e di consenso. Dovrebbero riflettere su quel 92% che ritiene necessari aggiornamento e formazione in servizio maggiori e costanti; su quell’81% che ritiene che gli insegnanti dovrebbero essere soggetti a valutazione, e con un esito premiale per i migliori; su quel 34% che li considera professionalmente impreparati, in aggiunta ad un 53% che si limita ad un giudizio di “abbastanza” preparati;  ed anche – altro dato del sondaggio - sul 35% che non ha apprezzato la reazione dei neoimmessi in ruolo trasferiti in altre località italiane e che hanno parlato di deportazione: un grosso e complesso problema familiare sì, senza alcun dubbio, ma “deportazione”... ha dato fastidio. E dovrebbero molto – molto - riflettere, i docenti, su quel 52% che ha giudicato il loro livello retributivo adeguato o persino tropo alto. Stante il fatto oggettivo che la retribuzione dei docenti italiani è vergognosamente bassa, agli ultimi posti in classifica a confronto con quella dei docenti europei (peggio ancora se prendiamo i dati OCSE mondiali), allora non possiamo che dedurne che quel 52% considera adeguato lo stipendio dei docenti perché ritiene di basso profilo e impegno la professionalità richiesta ed espressa. Dato che del resto collima con quel 50%, di cui si è detto, che esprime sfiducia nei confronti dei docenti della scuola italiana. I conti tornano: la fiducia e la speranza no.
Insomma comunque si voglia inquadrare la situazione, quella idea, radicatasi nel tempo e fino a pochissimi anni fa, che la scuola italiana “tenesse” nella considerazione del paese e ne costituisse un solido baluardo aggregante sul piano sociale e civile ci sembra vada sensibilmente rivista e limata al ribasso.

Più confortanti appaiono i dati relativi alle domande riguardanti la componente scolastica dei genitori. Quell’80% di sì alla domanda sull’eccessiva difesa dei figli verso e contro i docenti sollecita un sorriso positivo di autocompiacimento: siamo consapevoli di questo errore pedagogico ed educativo. E altrettanto dicasi per quel 47%, cioè meno della metà, che giudica eccessivi i compiti a casa. Ma visto che ci stiamo muovendo su un terreno di pessimismo, e vista la esperienza quotidiana di dirigenti scolastici e docenti, viene anche da chiedersi se sotto queste risposte non si nasconda il bluff: troppa difesa dei figli, se si tratta dei figli degli altri; compiti a casa ok, purché non siano assegnati a nostro figlio, e indirettamente a noi. Malignità di chi sta scrivendo? Forse. Comunque ai lettori l’ardua sentenza.

Positivo, senza se e senza ma, il dato modesto (16%) di chi va a individuare nella presenza di alunni stranieri una causa di qualità didattica al ribasso nelle nostre scuole.  Così come positivo ci pare il dato alto (31%) di chi vota per la carenza di risorse didattiche quale primo problema della scuola italiana, più ancora che la carenza di qualità delle strutture.

E veniamo all’ultimo problema posto dal sondaggio.  La riforma della buonascuola, dopo un anno di applicazione, piace? Il 46% dice no, a fronte di un 44% a favore. Insomma, anche sulla scuola siamo al solito punto: il paese è politicamente spaccato a metà. Anzi, considerate le opposizioni, proteste, manifestazioni e scioperi contro la riforma da due anni a questa parte, ci saremmo aspettati un dato negativo molto più alto. E anche questo sembra strano, perché trovare in giro una persona che difenda la riforma scolastica renziana è impresa ardua. Dunque, se ne può dedurre che fra i favorevoli molti nel dibattito sociale tendenzialmente si nascondano. Ma in fin dei conti, questa quasi parità tra favorevoli e contrari cela invece una sua spiegazione, anche complessa, ma chiara. Premettiamo che su questo sito non siamo stati e non siamo affatto teneri con la riforma della buonascuola (basta vedere in archivio tutti gli articoli in proposito, da quello sul Dirigente Scolastico direttore d’orchestra, a quello recente, e semischerzoso, su la scuola e miss Italia). E tuttavia il sondaggio apre uno scenario pieno di contraddizioni che irrita non poco. Il 46% è contro la riforma. Bene. Anche noi. Ma fra i problemi della scuola sui quali il sondaggio interroga e che gli intervistati evidenziano, risultano ai primi posti la mancata valutazione dei docenti, la mancata premialità del merito, lo scarso collegamento della scuola con il mondo del lavoro, la scarsa formazione dei docenti e il ridotto aggiornamento dei programmi. Tutti problemi che la riforma del Governo ha individuato come tali e ai quali ha cercato di dare delle risposte. Ma la sollevazione - degli addetti ai lavori e non - è stata ed è dura e permanente, con ogni accusa possibile nei confronti della valutazione, del merito, dell’alternanza scuola-lavoro, dell’obbligo formativo per il personale. Forse maggiore misura politica e culturale avrebbe voluto che si distinguesse in modo più chiaro e più sereno fra obiettivi, a quanto pare ampiamente condivisi, e modi per conseguirli posti in essere dalla riforma, non condivisibili. Ma così non ci pare sia stato. Lo scontro è stato finora frontale, totale e deflagrante: vogliamo dire… pre-giudiziale?  Un po’ alla maniera dello scontro sul referendum costituzionale, sul quale il sì e il no vengono determinati in misura maggioritaria – o comunque eccessiva – da valutazioni precostituite esterne al merito della riforma. Con danno del Governo? No, con danno del paese.
Può darsi sia una nostra interpretazione malevola oppure, in questo caso, troppo filogovernativa. Ma basta guardare agli ultimi dati del sondaggio che abbiamo citato, per rendersi conto di come il giudizio sulla riforma sia troppo condizionato da problemi di schieramento, anche per il comune cittadino.  Guarda caso i voti alla riforma trovano il massimo dei consensi fra gli elettori del PD, il minimo dei consensi fra gli elettori della sinistra-sinistra e del M5stelle, cioè gli oppositori più duri di Renzi. Voto negativo anche a destra, ma, guarda caso, prossimo alla sufficienza fra gli elettori di Forza Italia, l’opposizione di fatto più sfumata al Governo. Insomma sembra proprio che nel nostro paese, più che altrove, sia tanto difficile giudicare leggi e riforme nel merito, senza pre-giudizi di schieramento: anche per il comune cittadino. Ed anche su temi che ci stanno sulla pelle…viva.       E la scuola questo è: qualità del vissuto quotidiano e prospettiva futura di un paese. 


Di Carlo Mari

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